E-mail
info@nicoloterminio.it
Telefono
Via Barbaroux, 9
10122 Torino

Psicoanalisi lacaniana

Se l’analista è l’Altro della domanda

Sull’asse analizzante-analista il transfert si manifesta come lo spostamento delle rappresentazioni inconsce sulla persona dell’analista. Questo è un effetto che deriva dal fatto che l’analista diventa l’Altro a cui il soggetto rivolge la propria domanda[1].

In analisi, l’Altro non è solo l’Altro della parola, ma è anche l’Altro del desiderio, luogo enigmatico dove il soggetto cerca ciò che causa la propria mancanza. Nella misura in cui il soggetto chiama l’analista in causa in quanto oggetto d’amore, il transfert si rivela come inganno, come un’illusione che cerca di coprire ciò che si manifesta come mancanza[2]. Nel transfert, sull’asse analizzante-analista, la ripetizione della domanda d’amore è un modo per piazzare l’analista nel luogo che colma la mancanza costitutiva del soggetto[3].

La risposta a questa domanda farebbe scivolare il terreno del transfert verso la suggestione, dato che l’oggetto su cui si focalizza il lavoro analitico non è nella catena significante o nello scambio affettivo che si genera nella relazione di cura. Ciò che manca e che anima il movimento transferale emerge piuttosto come elemento inassimilabile al potere rappresentativo del simbolico e non può essere riacciuffato in nessuno scambio intersoggettivo. Quindi, sebbene l’analizzante possa far virare la domanda d’amore verso l’analista, occorrerà indirizzare il lavoro dell’analizzante verso il proprio inconscio.

È un punto centrale nella conduzione della cura e a proposito del quale possiamo recuperare il suggerimento lacaniano di «tacere l’amore»[4]. Rispondere al bisogno affettivo dell’analizzante produrrebbe soltanto, e in maniera passeggera, un effetto suggestivo, rivestendo l’analista di quell’aura padronale che contiene e protegge il soggetto dall’incalzare del reale nella propria esperienza. E inoltre se l’analista cede alla tentazione di mostrare quel segno d’affetto che risponde all’appello dell’analizzante non solo è un impostore perché intende raffigurare la presenza di un Altro che mette il soggetto al riparo dal reale, ma collude in maniera eclatante con il fantasma fondamentale del nevrotico che con la propria domanda d’amore cerca in tutti i modi di essere domandato a propria volta. Il nevrotico cerca con la propria domanda d’amore di provocare quel segno d’affetto con cui l’analista mostrerebbe il proprio desiderio, ossia la propria mancanza per quel qualcosa di reale e scabroso che affiora nell’esperienza del soggetto e che il soggetto con la costruzione del proprio fantasma era riuscito a misconoscere illudendosi di farla diventare quella parte di sé che non è un resto pulsionale inassimilabile ma una parte di sé che prima o poi troverà ospitalità nella mente, nel desiderio e nello scambio affettivo con l’analista. 

. Qualcuno, facendosi promotore di qualche teoria psicologica-relazionale, potrebbe persino supporre che rispondere a tale domanda sarebbe come offrire al paziente un’esperienza emozionale correttiva, dove finalmente l’Altro si troverebbe a dare cittadinanza a quel reale di godimento che il soggetto ha sempre vissuto in esilio dall’Altro. Dare una simile risposta affettiva, in questo frangente della cura, avrebbe però il sapore dell’impostura perché illuderebbe in maniera canagliesca che esiste qualcun Altro in grado di riconoscere e validare ciò non può essere simbolizzato ma solo vissuto e incarnato nell’esperienza del taglio (godimento) che si è.[5]

La posizione della psicoanalisi lacaniana è molto chiara su questi aspetti relazionali della cura perché tiene presente che il trauma del linguaggio non può essere assorbito da nessuna trama significante, ci sarà sempre qualcosa del reale pulsionale del soggetto che fa trauma nella trama e che tuttavia costituisce il perno irrinunciabile a partire da cui poter ex-sistere.


 
 

[1] «La prima molla simbolica del transfert che Lacan ha trovato è la domanda. In effetti l’enunciato in analisi è sempre una domanda. Per il solo fatto di domandare vi è all’orizzonte l’Altro che può soddisfarla, e dunque l’analista nell’analisi è l’Altro della domanda. Dicendo che quando c’è domanda c’è l’Altro della domanda e che l’analista occupa questo posto, ha potuto recuperare molto di ciò che derivava dal transfert come ripetizione. In effetti, se l’analista è l’Altro della domanda, si può dire che il paziente riformula le sue domande più antiche nell’analisi e che l’analista supporta di volta in volta tutte le figure storiche dell’Altro della domanda per il soggetto» [J.-A. Miller, L’inizio delle analisi (1994), in I paradigmi del godimento, cit., pp. 142-143].
[2] «Nel persuadere l’altro che egli ha quello che può completarci, noi ci assicuriamo di poter continuare a misconoscere precisamente ciò che ci manca» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 131].
[3] «Per il solo fatto che c’è transfert, noi siamo implicati nella posizione di colui che contiene l’agalma, l’oggetto fondamentale di cui si tratta nell’analisi del soggetto, in quanto legato, condizionato da quel rapporto di vacillazione del soggetto che noi caratterizziamo come ciò che costituisce il fantasma fondamentale, come ciò che instaura il luogo in cui il soggetto può fissarsi come desiderio» [J. Lacan, Il seminario, Libro VIII, Il transfert (1960-1961), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 212].
[4] Questo punto è stato sviluppato in modo magistrale da Massimo Recalcati. Cfr. M. Recalcati, Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, vol. II, Cortina, Milano 2016.
[5] Queste considerazioni si riferiscono a un frangente della cura molto diverso da quelli che accadono nella cura dei pazienti con funzionamento borderline.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
«Il transfert mette in atto la realtà dell’inconscio»

Dopo aver considerato il transfert come espressione della chiusura dell’inconscio, possiamo aggiungere un’altra formulazione: «il transfert mette in atto la realtà dell’inconscio» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 142].

Il reale della ripetizione è quell’aspetto che permette di discernere la realtà in gioco nel transfert. Il transfert, in quanto fenomeno che segnala la pulsazione dell’inconscio, si rivela come un momento di chiusura, come un’interruzione del dispiegamento dei significanti. Questo momento di chiusura manifesta un ostacolo al proseguimento delle associazioni del paziente.

La ripetizione del reale in quanto incontro mancato pone al centro del transfert l’oggetto perduto freudiano, che Lacan riformula nei termini di «oggetto a». L’inciampo dell’inconscio che il transfert ci presentifica è correlativo a un incontro con un oggetto che è perduto: ciò che causa il transfert è «l’oggetto a» [Ivi, p. 131].

L’oggetto perduto mette in moto un movimento di ricerca ripetitivo e vano. Tale ripetizione è caratterizzata dall’intreccio di attrazione ed evitamento, infatti si manifesta come un incontro sempre mancato, come una domanda (di senso o affetto) che inevitabilmente riceve una risposta sempre insoddisfacente. Ciò che viene mancato sul piano del significante viene invece presentificato dal transfert: il transfert è la messa in atto della mancanza di ciò che fa funzione di rappresentazione, ossia del Trieb freudiano. Nel transfert quel che accade è la realtà dell’inconscio in quanto realtà sessuale. 
 

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
L’analista fa rispettare la regola fondamentale

Il desiderio è il resto che non si può soddisfare sul piano della domanda, è ciò che del bisogno rimane non metabolizzato dall’effetto del significante. Nella metaforizzazione che la domanda opera sul bisogno rimane qualcosa di inassimilabile, questo resto è ciò che Lacan chiama desiderio, il desiderio è il cogito che Freud colloca nell’inconscio. In tale dimensione Lacan riconosce un funzionamento che non segue il principio di realtà, vi reperisce piuttosto la priorità del principio di piacere, principio di una traiettoria libidica che porta con sé il peso della realtà sessuale.

Lacan afferma che le due dimensioni separate (significante e realtà sessuale) trovano la loro via di congiunzione attraverso il desiderio. In altre parole, il piano del linguaggio si congiunge con quello della realtà sessuale: il desiderio – in quanto effetto del significante sul soggetto e in quanto residuo inassimilabile alla domanda – segna infatti questo punto di giunzione[1].

Lacan si chiede da dove venga questo desiderio che fa entrare la realtà sessuale nel campo costituito dalle parole e dice che il desiderio in questione è quello dell’analista[2]. Se il transfert è indipendente dalla psicoanalisi[3], non è invece così per l’inconscio. L’esistenza dell’inconscio dipende dalla presenza dell’analista, è la funzione svolta dall’analista a provocarne la nascita[4]. La presenza dell’analista è quindi inclusa nella manifestazione dell’inconscio[5].

A tal proposito possiamo riprendere l’affermazione che Lacan proponeva già nelle Direzione della cura, quando rispetto al maneggiamento del transfert avvertiva che il ruolo dell’analista consiste nel far rispettare la regola fondamentale. Ebbene, la posizione dello psicoanalista è correlativa a un desiderio che intende preservare la possibilità di un’articolazione significante proprio laddove la catena associativa si interrompe. Il desiderio dell’analista è quella funzione che nella cura istituisce la possibilità di un sapere inconscio.

Se prendiamo come riferimento il triangolo del transfert, allora sull’asse analista-inconscio entra in azione il desiderio dell’analista come funzione che sostiene l’ipotesi di un sapere nel punto di inciampo del testo dell’analizzante. Il desiderio dell’analista è il nesso tra la realtà sessuale dell’inconscio e l’inconscio strutturato come un linguaggio, perché si fa garante del posto del soggetto supposto sapere. Il soggetto supposto sapere occupa lo iato tra l’emersione dell’esperienza del reale e un suo possibile effetto di significazione. È in questo momento che in una cura il movimento transferale transita dalla chiusura dell’inconscio verso l’apertura dell’inconscio.

 
 
 

[1] Lacan raffigura «il desiderio come luogo di congiunzione del campo della domanda, nel quale si presentificano le sincopi dell’inconscio, con la realtà sessuale» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 152].
[2] «Qual è questo desiderio? Pensate forse che io voglia indicare qui l’istanza del transfert? Sì e no. Vedrete che la cosa non va da sé, se vi dico che il desiderio di cui si tratta è il desiderio dell’analista» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 152].
[3] «Il transfert è un fenomeno essenziale, legato al desiderio come fenomeno nodale dell’essere umano, che è stato scoperto prima di Freud. Esso è stato perfettamente articolato – ho impiegato gran parte di un anno consacrato al transfert per dimostrarlo – con il più estremo rigore, in un testo in cui si dibatte dell’amore, parlo del Simposio di Platone» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 227].
[4] «Il desiderio dello psicoanalista è la sua enunciazione, la quale può effettuarsi soltanto a condizione che esso intervenga nella posizione della x» [J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, cit., p. 249].
[5] «La presenza dell’analista è essa stessa una manifestazione dell’inconscio […] anche questo deve essere integrato nel concetto di inconscio» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 123].

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
L'inconscio e la sovversione del soggetto

Con il Seminario XI Lacan dedica la sua attenzione ai quattro concetti fondamentali freudiani: l’inconscio, la ripetizione, il transfert e la pulsione. Ai quattro concetti fondamentali Lacan aggiunge due altri termini: il soggetto e il reale.[1] In tutto il Seminario XI Lacan tenterà di situare i concetti freudiani nella loro relazione con i due termini che ha introdotto. Lacan mette in discussione l’inconscio strutturato come un linguaggio, ossia quella concezione dell’inconscio inteso come un gioco combinatorio presoggettivo che funziona da solo. L’inconscio non è localizzabile nell’ipotalamo o in altre aree del sistema nervoso centrale poiché si tratta di un meccanismo di cui non abbiamo alcuna prova se non quando questo meccanismo si inceppa e il corso previsto della catena significante trova un punto d’inciampo.

Sostenere l’ipotesi che la prova dell’inconscio sia un fallimento implica una riconsiderazione del funzionamento dell’inconscio secondo la legge del linguaggio, che prevede l’alternanza e la combinazione di metafora e metonimia. L’esistenza dell’inconscio si manifesta soltanto quando il gioco linguistico della metafora e della metonimia falliscono, è in questi momenti che il soggetto si confronta con qualcosa di cui ignora la significazione. Nel fallimento della metafora e della metonimia il soggetto produce una significazione inattesa per lui stesso, quando vuole dire una frase e quando invece ne dice un’altra, quando vuole andare da una parte e va da un’altra.

L’inconscio è l’ipotesi per spiegare quei fenomeni analizzati in dettaglio da Freud ne L’interpretazione dei sogni e nella Psicopatologia della vita quotidiana. L’inconscio della seconda topica freudiana – esposta ne L’Io e l’Es – non è però riducibile né all’inconscio della linguistica né a quello dell’antropologia, non è l’inconscio della legge del linguaggio.

Riconoscere una struttura di linguaggio all’inconscio e porre in evidenza non il gioco linguistico ma il suo fallimento conduce alla questione che Lacan enuncia chiaramente in Sovversione del soggetto: «una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?»[2]

Se nel primo Lacan la distinzione tra le moi e le je, tra l’io e il soggetto consisteva nello scarto tra la dimensione dell’io della coscienza e il funzionamento linguistico dell’inconscio, nel Lacan del Seminario XI è lo stesso inconscio che trova una sua dipartizione, una nuova divisione: da un lato l’inconscio strutturato come un linguaggio e dall’altro l’inconscio come pulsazione.

Se l’inconscio della legge del linguaggio può dar adito alle critiche che sono mosse verso l’impostazione strutturalista, approccio che ucciderebbe il soggetto riducendolo ad un puro funzionamento presoggettivo che opera tutto da solo, con l’inconscio come inciampo il soggetto viene reintrodotto diventando il referente di questa pulsazione-fallimento. Se l’inconscio è un fallimento, cioè se il soggetto non sa ciò che dice quando parla, se sogna qualcosa che non voleva sognare, allora chi è l’agente dei suoi sogni, dei suoi lapsus, dei suoi inciampi?

Tutto ciò fa apparire la supposizione di un soggetto nella struttura del linguaggio. Il soggetto dell’inconscio (le je) non coincide dunque con il funzionamento di quei fenomeni di cui l’io (le moi) non comprendeva la significazione. In questa scansione dell’insegnamento di Lacan osserviamo l’io (le moi), l’inconscio (struttura di linguaggio) e il soggetto dell’inconscio (le je). Il soggetto trova una nuova collocazione, non viene più individuato nelle leggi del linguaggio, ma quando queste leggi vacillano.

L’inconscio come pulsazione non ha dunque uno statuto ontico, «non è», non è qualcosa ben presente e individuabile nelle leggi del linguaggio, ma si manifesta piuttosto come un voler essere. È per questa ragione che Lacan dice che lo statuto dell’inconscio è etico e non ontico.[3]
 
 
 
 

[1] J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 21.
[2] J. Lacan (1960), «Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano», in Scritti, vol. ii, a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 802.
[3] «Lo statuto dell’inconscio, che vi indico così fragile sul piano ontico, è etico» (Lacan 1964, p. 34).


Per approfondimenti si rimanda ai libri Misurare l’inconscio? Coordinate psicoanalitiche nella ricerca in psicoterapia e Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana.

 
L’Uno e l'Altro in psicoanalisi

Nella psicoanalisi lacaniana l’Uno è ciò che non si rapporta a niente e rispetto a cui il soggetto si costituisce come risposta che inventa l’Altro. È a tal proposito che diventa più opportuno riferirsi non al concetto di soggetto ma a quello di parlessere, termine che Lacan introduce per pensare non al vivente fatto dal rinvio dell’articolazione significante, quanto al vivente fatto dalle incisioni di uno "sciame di significanti" che rappresentano “l’irruzione di uno statuto del godimento radicalmente eterogeneo e non articolato-articolabile all’Altro”.[1] Il parlessere non è in rapporto con il linguaggio ma con "lalingua”, altro neologismo lacaniano per indicare lo spostamento dal paradigma Tutto-Eccezione.

Si potrebbe rappresentare questo passaggio verso la concezione della lalingua con l’ausilio di un semplice diagramma. Si prenda un quadrato e lo si divida in quattro parti. Nel quadrante superiore sinistro si inscriva il TUTTO, nel quadrante in alto a destra si collochi l’UNO-ECCEZIONE, a sinistra in basso si metta il NON-TUTTO e in basso a destra si ponga l’UNO-SOLO.

Se immaginiamo di guardare il diagramma in orizzontale vediamo che nelle posizioni superiori sono rappresentati i termini di una dialettica che anima il rapporto tra Uno e Altro. Tale dialettica è caratterizzata da una concezione del linguaggio come Tutto bucato dall’Eccezione: non esiste catena significante senza eccezione, né eccezione senza catena significante. Qui la dialettica è già costituita e nel proprio funzionamento contempla la discontinuità da cui ha preso avvio. Il soggetto è pensato a partire dal linguaggio e il trauma a partire dalla trama.

Se rivolgiamo lo sguardo ai termini situati nei quadranti inferiori osserviamo un non-rapporto, una disconnessione originaria dell’Uno-tutto-solo che “non partecipa a niente ma al quale al contempo l’essere umano non può non rapportarsi”.[2] Il Non-Tutto indica degli elementi inarticolati e implica la dispersione del senso invece che la dimensione semantica promossa dall’articolazione significante. L’inciampo dell’Uno-tutto-solo non è in relazione alla trama dei significanti e non costituisce un effetto che produce scansione o discontinuità nella dinamica del senso.

L’Uno-tutto-solo implica una revisione dello statuto del linguaggio che non può essere concepito solo come articolazione di elementi significanti ma anche come rumore di non-senso che non rinvia ad altro. Il Non-Tutto indica dunque l’erranza e la deriva dei significanti non articolati e l’Uno-tutto-solo si riferisce all’autismo pulsionale. Qui il soggetto diventa parlessere e il linguaggio assume i connotati de lalingua: non è più il trauma a presupporre l’innesto e l’articolazione di una trama, ma è la trama che si configura come possibile trattamento dell’Uno-tutto-solo. Cambia allora lo statuto dell’Altro: l’Altro è una risposta al trauma.
 
 
 
 

[1] A. Pagliardini, Jacques Lacan e il trauma del linguaggio, introd. di R. Ronchi, Galaad 2011, p. 161.
[2] Ivi, p. 188.


Per un approfondimento su l'Uno e l'Altro nella pratica psicoanalitica si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
nicolo-terminio-psicologo-psicoterapeuta-torino.png
Contatti
Via Barbaroux, 9
10122 Torino

info@nicoloterminio.it

+39 011 0437843

Continuando la navigazione accetti l’utilizzo dei cookies.

Approvo
© 2020 Nicolò Terminio
P. Iva 01754780854
home  sitemap  privacy  cookie  seo