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La follia non è un’assurdità irreparabile da arginare o espellere dalla vita sociale.

Leggere "Storia della follia" da giovane

Leggere Storia della follia a vent’anni è quasi una folgorazione perché ribalta tutti quei pregiudizi sulla malattia mentale che ancora oggi condizionano la nostra visione.

Quando all’Università di Urbino ho iniziato a frequentare il corso di Psicologia dinamica sono rimasto affascinato da Storia della follia di Michel Foucault. La scelta del docente, il prof. Guido Sala, di inserire quel testo insieme ad altri sette libri, tra cui il voluminoso La scoperta dell’inconscio di Ellenberger e Dove si nasconde la salute di Gadamer, poteva sembrare strana, però l’impostazione di quel corso universitario era tutta centrata sull’incontro con la follia, con i “matti” che prima stavano in manicomio e poi hanno iniziato a girovagare per le vie della città, senza trovare mai un nuovo punto di approdo. Liberati dal manicomio non si è saputo più dove collocarli, probabilmente perché il pensiero manicomiale che li aveva rinchiusi non era cambiato, si era solo spostato in un territorio che sembrava senza argini e confini. Ancora oggi le tracce di questo pensiero persistono negli approcci terapeutici di tanti curanti, non solo dei servizi pubblici, ma anche degli studi privati. Dopo l’entusiasmo (e le illusioni) della rivoluzione basagliana, il modo di pensare la follia sembra essere ritornato sui suoi passi di partenza. Di fronte alla follia continua a manifestarsi un misto di paura, sospetto e fascinazione, che porta poi a una inesorabile sentenza di respingimento e, quando l’opinione pubblica è consenziente, questo approccio può far leva sulle paure e sul sospetto per giustificare la restaurazione delle misure contenitive di origine manicomiale.

Studiare Foucault è stata una sorta di iniziazione a un modo di accostarsi alla follia che tiene in considerazione le spinte sociali che si attivano per domare e contenere la follia. Ma l’aspetto più affascinante, per un giovane studente di psicologia, risiedeva nelle riflessioni con cui Foucault apriva uno sguardo sulla verità della follia.

La follia non è un’assurdità irreparabile da arginare o espellere dalla vita sociale, ma è una forma di verità che interroga ciascuno di noi.

La follia non è una minaccia rappresentata dai folli che incombono sulla tranquillità ordinata dei cosiddetti normali, ma è l’eco di una verità che abita nel cuore di ogni essere umano.

“Fantastico”, così ripetevo fra me e me, mentre leggevo Foucault. Poi però nel corso degli anni ho dovuto attenuare la visione ottimistica sulla follia, perché oltre alla parola verità occorre contemplare anche il dolore di cui la follia è portavoce. Rimane quindi la verità della follia, ed è quindi una verità che va ascoltata e non rinchiusa in un reparto psichiatrico, però ciò che bisogna risolvere è la quota di dolore di cui la follia è intrisa. È una quota di dolore molto intensa e con una qualità specifica che bisogna prima comprendere per curarla. E forse, quando non la si capisce, questo dolore può diventare una minaccia, un’urgenza a cui non resta che rispondere con il contenimento, con le cinghie di un letto di ospedale. E così per gestire l’intensità incontenibile del dolore, si è disposti a soprassedere sull’ascolto della verità. Quando una verità è dolorosa, la respingiamo, non ne vogliamo sapere. In questi casi costruiamo pregiudizi e stereotipi sui folli, per giustificarci nel tenerli a distanza, ai margini della vita sociale, lungo i bordi del fiume come avveniva nel Medioevo con quella Nave dei folli che vediamo raffigurata in una delle copertine di Storia della follia.

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Per qualche spunto in più guarda questo video su Sogno ed esistenza di Ludwig Binswanger.

 

Le parole e le cose di Michel Foucault

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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