L'impersonalità del processo creativo
Nel libro Il vescovo e il ciarlatano di Giorgio Manganelli troviamo una serie di saggi che lo scrittore ha dedicato al rapporto tra psicoanalisi e letteratura, tra inconscio e opera d’arte.
Ci sono alcuni passaggi molto interessanti quando riprende un saggio di Jung del 1930 che si intitola Psicologia e poesia: in questo testo troviamo alcuni spunti interessanti a proposito di quella dimensione che Manganelli chiama “l’impersonalità del lavoro creativo”.
In in un’ottica junghiana viene riportato non al fantasma dell’autore, non ad aspetti nevrotici che devono essere in qualche modo sublimati, ma a una dimensione che conduce l’autore al di là del proprio io, al di là delle certezze dell’io. Il processo creativo sembra condurre il soggetto oltre i punti di riferimento della sua personalità, addirittura della sua storia, fino al punto di entrare in contatto con un flusso impersonale che trascende le coordinate della sua soggettività e lo mette in contatto con una dimensione che va al di là del singolo aprendolo a qualcosa di più ampio.
Da un certo punto di vista troviamo qualcosa di analogo anche in alcuni testi di Christopher Bollas, dove Bollas dice che, ad esempio, nell’atto della scrittura ha cercato di fare spazio ad alcune idee.
La questione in gioco nel processo creativo forse non consiste nello stabilire se certe idee provengono dall’inconscio di un singolo soggetto, marchiato da una relazione singolare con l’Altro, oppure se attraverso quelle idee si esprime qualcosa che va al di là del singolo e che ci accomuna in quanto esseri umani. Forse si potrebbe pensare che entrambe le dimensioni sono intrecciate, indissolubili.
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Per approfondire questi temi, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:












