L'immaginazione tra modelli, archetipi e metafore
L’esercizio dell'immaginazione è collegato al lavoro scientifico: è quanto sostiene Max Black in un saggio intitolato Modelli e archetipi, contenuto nel suo libro Modelli, archetipi e metafore (Pratiche editrice, 1992).
Max Black è stato un filosofo statunitense di origine russa che ha insegnato alla Cornell University e che si è formato nel clima della filosofia analitica inglese ed è stato influenzato anche dal pensiero di Wittgenstein, a cui ha dedicato un Manuale per il “Tractatus” (1964).
Nel saggio Modelli e archetipi Black affronta il problema dell’uso dei modelli nella scienza e sollecita la nostra attenzione perché parla dell’esercizio dell’immaginazione sostenendo che “la scienza è un problema di immaginazione”: “l’esercizio dell'immaginazione fornisce un fondamento comune tanto alle scienze quanto alle discipline umanistiche”. È attraverso questo esercizio di immaginazione che avviene l'“estensione analogica” di quello che chiama “l’archetipo”.
L’“archetipo concettuale” o, più brevemente, “archetipo”, viene utilizzato da Black per parlare di “un repertorio sistematico di idee per mezzo delle quali un dato pensatore descrive, per estensione analogica, un dominio al quale quelle idee non si applicano immediatamente e letteralmente”.
L’estensione analogica è un punto nodale della riflessione di Black che riguarda anche l’uso dei modelli e delle metafore: anche in questi casi si tratta di creare delle connessioni tra domini disciplinari, in apparenza separati, che attraverso il riconoscimento di un’“identità di struttura” possono essere comparati e dar vita a delle esplorazioni feconde, a delle nuove ipotesi e anche a nuovi risultati.
Quando parliamo dell’archetipo dobbiamo pensare a una lista di parole chiave, di espressioni e di affermazioni che parlano delle loro interconnessioni e anche dei significati paradigmatici nel campo dal quale furono originariamente tratti. Secondo Black l’estensione analogica è tipica di quella teorizzazione scientifica in cui un sistema dominante di concetti viene utilizzato per descrivere un nuovo campo di applicazione.
Il principio che sta alla base dell’estensione analogica è cercare delle somiglianze.
Da questo punto di vista gli archetipi costituiscono una sorta di area originale che diventa il luogo di un’“analogia di base” o “metafora radicale” che guida un pensatore nelle sue estensioni analogiche.
Le estensioni analogiche ci permettono di comparare l’uso dei modelli teorici all’uso delle metafore perché in entrambi i casi avviene la trasposizione analogica di un vocabolario.
"La metafora e il 'fare modelli' rivelano nuove relazioni".
Secondo Black modelli e metafore corrispondono al gesto di versare un nuovo contenuto in vecchie bottiglie. Ovviamente bisognerebbe discutere se le metafore funzionano effettivamente in questo modo:
una metafora consiste semplicemente nel cercare di versare un nuovo contenuto in vecchie bottiglie o invece costruisce nuovi contenitori per nuovi contenuti?
Grazie alle osservazioni di Black possiamo notare che il “pensiero metaforico” non corrisponde ad un uso della metafora come sostituto ornamentale del pensiero. Con il pensiero metaforico vediamo nuove connessioni: avviene il connubio di argomenti disparati per mezzo di un particolare trasferimento delle implicazioni di campi relativamente ben organizzati. L’aspetto del trasferimento è fondamentale ed è proprio attraverso il trasferimento che vengono prodotti dei connubi i cui i risultati sono imprevedibili. Come sostiene Black, la razionalità di un modello nell’ambito scientifico è data dal fatto che il modello ben riuscito “deve essere isomorfo con il suo dominio di applicazione”.
Ci deve essere una struttura comune a entrambi i campi affinché possa esserci la trasposizione analogica.
Quindi “possiamo determinare la validità di un dato modello controllando l’estensione del suo isomorfismo con la sua presunta applicazione”.
Secondo Black la metafora non consiste semplicemente nella vecchia formula di “dire una cosa ed intenderne un’altra”. Una metafora diventa efficace quando “ha il potere di mettere due domini separati in relazione cognitiva ed emotiva usando il linguaggio direttamente appropriato all’uno come una lente per vedere l’altro; le implicazioni, le associazioni, i valori costitutivi intrecciati all’uso letterale dell’espressione metaforica ci permettono di vedere un nuovo argomento in un nuovo modo. L’estensione dei significati che ne risulta, le relazioni che si vengono a creare fra campi inizialmente disparati non possono essere né anticipatamente previsti né successivamente parafrasati in prosa”.
Possiamo fare dei commenti sulla metafora, ma la metafora di per sé non richiede né sollecita spiegazione o parafrasi: questa è la particolarità del contributo della metafora al pensiero scientifico.
Dunque, il pensiero scientifico, pur essendo basato sull’esercizio dell'immaginazione, ha dei propri canoni e dei propri principi. Il modello o la metafora non devono essere considerati come dei sostituti screditati delle formule matematiche. Secondo Black “imporre all’esercizio dell’immaginazione scientifica i canoni di un sistema logico codificato e ben ordinato significa correre il rischio di soffocare la ricerca”.
Per fare buon uso di un modello dobbiamo collegarlo a un campo più familiare dell'ambito al quale lo stiamo applicando.
“Ma non occorre che il modello appartenga al campo dell’esperienza comune. Esso può essere misterioso quanto ci pare, a patto che sappiamo usarlo. Un modello promettente è quello con implicazioni abbastanza ricche da suggerire nuove ipotesi e speculazioni nel campo primario di ricerca”.
A questo proposito Black sottolinea che per fare un buon uso di un modello abbiamo bisogno di una “apprensione intuitiva”, che consiste in una “conoscenza gestaltica” delle capacità del modello di generare inferenze e implicazioni. “‘Apprensione intuitiva’ del modello significa un reale controllo di tali implicazioni, una capacità di passare liberamente da un aspetto del modello ad un altro e ha ben poco a che fare con il fatto che il modello possa essere visto realmente o immaginato”.
In questo modo attraverso l’uso dei modelli colleghiamo un problema ad una teoria consolidata e cerchiamo di visualizzare meglio le proprietà di quel campo a cui applichiamo questa teoria consolidata.
Quando parliamo dell’uso di un modello teorico dobbiamo rispettare alcuni principi.
- In primo luogo, dobbiamo pensare che abbiamo “un campo originale di investigazione nel quale alcuni fatti e regolarità sono stabiliti”.
- In secondo luogo, dobbiamo pensare che in questo campo esiste un bisogno di fare un passo ulteriore per comprendere meglio scientificamente questo dominio originario.
- Inoltre, dobbiamo provare a descrivere alcune entità “che appartengono a un dominio secondario relativamente non problematico”, più familiare o meglio organizzato.
- Le “regole di correlazione implicite e esplicite sono disponibili per tradurre le affermazioni riguardanti il campo secondario nelle affermazioni corrispondenti che riguardano il campo originario”. Quindi va considerato un lavoro di traduzione da un campo secondario a un campo originario.
- In più è importante sottolineare che “le inferenze dalle assunzioni fatte nel campo secondario sono tradotte per mezzo di regole di correlazione e poi verificate indipendentemente in rapporto ai dati conosciuti o previsti nel dominio primario”.
L’intera operazione concettuale scaturisce dal fatto che viene supposta un’identità di struttura che permette che le asserzioni fatte sul dominio secondario facciano luce dentro il campo di interesse originario.
Quando introduciamo l’estensione analogica nell’uso dei modelli teorici introduciamo “un nuovo tipo di linguaggio e idioma, suggerito da una teoria comune, ma esteso ad un nuovo dominio di applicazione”.
La riflessione di Black percorre due assi fondamentali. In primo luogo, nell’uso dei modelli e nella possibilità di fare metafore mostra una “concezione interattiva” tra domini disciplinari che sembrano separati. In un’ottica psicoanalitica potremmo dire che due ambiti disciplinari, immaginariamente distinti, si assomigliano a livello della struttura. E la struttura è una rete di relazioni tra gli elementi che si può osservare anche se vengono considerati elementi differenti da quelli originari.
In termini bioniani, potremmo dire che ciò che conta è il contenitore prima ancora dei contenuti.
Ma l’aspetto più interessante per la psicoanalisi riguarda la base soggettiva che Black pone come precondizione dell’esercizio dell’immaginazione. A questo proposito Black parla di un’“analogia di base”, di una “metafora radicale” o di un “archetipo concettuale” che guida un pensatore nel comparare ambiti diversi ricavando le implicazioni conseguenti. In questo frangente della riflessione di Black possiamo trovare un’analogia con il concetto di fantasma inconscio.
Il fantasma inconscio costituisce quella formula, quell’equazione di base attraverso cui il soggetto interpreta il desiderio dell’Altro.
Nell’interpretazione fantasmatica il desiderio dell’Altro viene ricondotto a una trama relazionale e a una radice desiderante. Possiamo ipotizzare che la matrice fantasmatica che viene costruita per interpretare il desiderio dell’Altro venga impiegata dal soggetto anche per comprendere e instaurare nuove gestalt concettuali. Da questo punto di vista il fantasma inconscio può configurarsi non solo come la chiave interpretativa del desiderio dell’Altro, ma anche come la matrice concettuale dei modelli teorici formulati dal soggetto.
Potremmo addirittura spingere la nostra esplorazione concettuale fino a quel nucleo dell’esperienza soggettiva che lo psicoanalista Christopher Bollas indica con il termine “idioma”. L’idioma è quel marchio dell’essere del soggetto che si manifesta prima ancora di ogni costruzione fantasmatica.
L’idioma non è una costruzione concettuale, ma un’impronta emotiva e pulsionale che porta con sé la traccia delle prime relazioni con l’Altro.
L’idioma mostra il marchio della relazione con l’Altro prima ancora che la relazione con l’Altro sia stata inquadrata attraverso un’interpretazione. L’idioma, prima ancora del fantasma, riflette il marchio ritmico della relazione con l’Altro. L’idioma mostra il ritmo da cui nasce la cornice del senso relazionale formulata attraverso l’interpretazione fantasmatica.
L’idioma è dunque la matrice soggettiva che sovradetermina la metafora radicale con cui un pensatore si muove tra diversi ambiti concettuali.
Da questo punto di vista possiamo dire che la costruzione del fantasma e la costruzione dei modelli scientifici condividono la loro matrice di base, pur rimanendo allo stesso tempo come due rive distinte dello stesso mare.
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