Diario dei frammenti autobiografici
Il discorso dell’università trova una sua applicazione in certi libri che propongono dei percorsi di soggettivazione del trauma.
Si tratta di libri che propongono al lettore una serie di domande ed esercizi che favoriscono la rielaborazione simbolica di esperienze dolorose, spesso indicibili o mai raccontate. A questo riguardo possiamo considerare Trasformare l’eredità del trauma di Janina Fisher (2021) e La tua eredità emotiva di Galit Atlas (2024).
Alla base di questi libri troviamo il principio generativo insito in ogni esercizio autobiografico (Demetrio, Terminio, 2022): sotto le vesti del diario viene proposto un percorso guidato che è finalizzato a costruire una trama in grado di accogliere quegli eventi che hanno fatto trauma.
L’utilizzo di questi libri è un ausilio che può essere inserito anche nel contesto di una psicoterapia perché offre una chance in più per trasformare il trauma attraverso il discorso. Ovviamente nessun diario può sostituire il lavoro di trasformazione soggettiva che avviene nell’ambito della relazione psicoterapeutica, tuttavia la pratica autobiografica può aiutare a introdurre un legame tra passato, presente e futuro nelle esistenze frammentate dalla veemenza del trauma.
Forse dal punto di vista della psicoanalisi queste pratiche guidate di scrittura sembrano parenti dei consigli forniti dai vari manuali di self-help, perché in questi manuali la divisione soggettiva viene appiattita in una sorta di funzionamento procedurale.
La divisione soggettiva apre la possibilità di interrogare la propria esperienza, pensiamo alla luce del linguaggio che introduce la trascendenza nell’immediatezza del vissuto. Ora, se osserviamo i libri che guidano la scrittura autobiografica con un interesse scevro da pregiudizi, allora possiamo constatare che la traiettoria in cui viene coinvolto il lettore non coincide con l’essere guidato dai consigli dell’Altro, ma consiste in un lavoro di costruzione della trama dell’Altro. Quindi non siamo di fronte a testi che vogliono assoggettare il soggetto a un sapere già precostituito, si tratta piuttosto di seguire la traccia di un sapere già saputo – le schede, le domande, gli esercizi – per esplorare qualcosa di ignoto. Vengono messi a lavoro una serie di vissuti che rimangono addosso e che tuttavia non si acciuffano mai, e l’esplorazione di questi vissuti viene orientata da alcune domande che cercano di connettere l’esperienza soggettiva con la dinamica intergenerazionale delle esperienze familiari. La differenza rispetto ai consigli preconfezionati e i diari costruiti con delle domande aperte, consiste nel fatto che nel primo caso il sapere viene dall’Altro e viene solo implementato nell’esperienza del soggetto, mentre nel secondo il sapere già saputo serve per rendere il soggetto capace di costruire una trama per i suoi vissuti intimi e incondivisibili.
Dunque, man mano che si procede nella stesura del diario, il soggetto diventa sempre più attivo nell’interrogare gli eventi della propria vita e questo lavoro sugli elementi chiave della propria storia familiare trasforma il discorso dell’università – la mappa costruita a priori per esplorare il territorio della propria eredità emotiva – nel discorso dell’isterica dove vengono appunto interrogati i significanti fondamentali. In questo caso il sapere già saputo del diario che guida l’esercizio autobiografico, sebbene esprima un sapere generale che indica quali aspetti rilevare all’interno di tante storie tra loro radicalmente diverse, consente di rievocare e analizzare, anche minuziosamente, uno sciame emotivo che fino a quel momento non aveva trovato dimora in una struttura narrativa.
Queste pratiche guidate di scrittura non sono alimentate da un’ansia classificatoria che spinge a catalogare tutto ciò che succede, si può riscontrare semmai la volontà di entrare più nel dettaglio delle esperienze vissute per aprire la dimensione della parola laddove sembrava esserci solo il dolore, il silenzio, la vergogna o il senso di colpa. Certo, questi percorsi autobiografici non possono sostituirsi a una terapia, anzi forse senza la cornice di una relazione terapeutica non potrebbero diventare realmente generativi, perché in un percorso di cura entra in gioco la presenza dell’analista, la parte vibrante di un discorso (il discorso dell’analista) che cerca di estrarre la singolarità del soggetto, quella dimensione unica che emerge nella contingenza dell’incontro, dal vivo, con l’Altro.











