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Psicoanalisi e fenomenologia

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L’affetto esprime il legame che si istituisce tra le emozioni e un "oggetto intenzionale".

L’umore comprende la parte emotiva della nostra esistenza; l’umore entra in risonanza e in dialettica con la dimensione affettiva. L’umore indica uno stato emotivo privo di un "oggetto intenzionale", mentre l’affetto esprime il legame che si istituisce tra le emozioni e un "oggetto intenzionale".
 
Il trauma può essere un'esperienza sconvolgente da cui il soggetto può difendersi costruendosi dei rifugi mentali.

Il trauma evidenzia l’impatto che gli avvenimenti della vita possono svolgere nello sviluppo dell’identità e nell’origine dei fenomeni psicopatologici. Il trauma rappresenta l’alterazione e la disarmonia sempre possibile tra il soggetto e il suo mondo (affettivo, relazionale, fisico, ecc.).

La depressione del professore non dipende dal dolore per la perdita.

Nel libro Sunset Limited di Cormac McCarthy assistiamo a un dialogo tra fede e intelletto sulla strada che porterebbe a una vita degna di essere vissuta. Il Sunset Limited è il treno della metro sotto il quale avrebbe voluto suicidarsi il protagonista BIANCO. Questo “romanzo drammatico” ci porta dentro la cucina di un appartamento anomimo, un po’ squallido ma pulito, dove abita l’altro protagonista NERO.

Nella sua depressione Marsha si sentiva costantemente paragonata alla sorella che sembrava rispecchiare meglio le aspettative della madre.

Nella storia di Marsha Linehan c’è un evento che fa da spartiacque e per certi aspetti continuerà a rimanere incomprensibile nonostante la ricostruzione autobiografica dell’autrice. È il periodo della fine del liceo e Marsha è una ragazza ben inserita nel contesto scolastico e sociale della sua cittadina, però racconta che sentiva una sorta di distacco tra il modo in cui gli altri la consideravano e il suo vissuto più intimo.

 La perdita dell’evidenza naturale

Studiare i classici della psicopatologia fenomenologica è ancora oggi un esercizio ineludibile tanto per ogni apprendista in psicoterapia quanto per ogni clinico di lunga esperienza.
Tra le pietre miliari della letteratura antropo-fenomenologica spicca La perdita dell’evidenza naturale di Wolfgang Blankenburg, un testo che ci permette, ancora oggi, di confrontarci con la questione clinica della psicosi.
 
Nella psicopatologia classica il sentimento di estraneità (BEfremdung) che lo psichiatra prova di fronte all’“estraneazione” (ENTfremdung) del suo paziente è stato il criterio con cui definire l’incomprensibilità della psicosi.

Nella psicopatologia classica il “sentimento di estraneità” (BEfremdung) che un clinico prova di fronte all’“estraneazione” (ENTfremdung) del paziente è stato il criterio con cui definire l’incomprensibilità della psicosi. Tale atteggiamento però ha relegato lo psicotico in un mondo a noi estraneo, inaccessibile.

La filosofia è un esercizio da praticare in una relazione.

Il libro Cosa si fa quando si fa filosofia? di Rossella Fabbrichesi è scritto “per tutti e per nessuno” e così anche chi non ha dedicato la propria vita alla vocazione filosofica può rintracciarvi alcuni elementi decisivi per la propria pratica. La filosofia viene infatti presentata come un sapere vivente che trova la propria specificità nel suo farsi, nel suo prendere corpo in una serie di pratiche che trasformano il sapere in opera viva.

La coscienza riflessiva è il livello più sofisticato e presuppone uno stato di vigilanza adeguato e un ancoraggio nel sentimento di sé.

Nella prospettiva fenomenologico-dinamica la coscienza può essere definita come una “vulnerabile regia dell’esserci” (G. Stanghellini, M. Rossi Monti, Psicologia del patologico. Una prospettiva fenomenologico-dinamica, p. 316). Certamente questa definizione coglie quegli aspetti dell’identità narrativa collegati ai nostri vissuti e in particolar modo al sapore emotivo-affettivo che permea il significato dell’esistenza

Le psicosi sintetiche non vanno spiegate con il concetto di "doppia diagnosi".

Un giorno nella comunità terapeutica dove lavoravo, mentre stavo completando il pranzo, un paziente, un uomo sulla cinquantina, si avvicinò al mio tavolo perché mi voleva parlare. Prima di aprire il discorso volle in qualche modo rassicurarmi dicendo che sarebbe stato “sintetico”. In quel momento un altro paziente, un ragazzo di vent’anni, che si trovava non molto distante da noi aggiunse, quasi esultando e ridendo un po’, che anche lui era “sintetico”.

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