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Adolescenza, educazione e famiglia

Senza la stabilità della relazione con l’Altro il soggetto vive nella instabilità borderline e non può nascere come soggetto del desiderio.

Continua in questo spunto la riflessione sulla costituzione del soggetto e la relazione con l’Altro. Attraverso una panoramica sul pensiero di Winnicott, Balint e Modell vediamo ribadita la centralità dell’Altro per la nascita di un soggetto capace di autenticità e desiderio. Il caso del funzionamento borderline mostra ancora una volta gli effetti di un attaccamento disorganizzato che non è in grado di dare un punto di approdo e una base di appoggio per le esplorazioni del soggetto.

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Essere soli ma non senza l'Altro

 

Nella Scuola degli indipendenti britannici l’attenzione dei clinici viene rivolta alla relazione dinamica tra il Sé e l’oggetto. Donald Winnicott sostiene che il Sé si evolva sullo sfondo di un’unità madre-bambino. Il compito dell’accudimento materno è quello di favorire l’intrinseco desiderio di sviluppare un “vero Sé” attraverso una holding che garantisca il senso di sicurezza: una madre “sufficientemente buona” riesce a dosare la gratificazione e la frustrazione consentendo al bambino di integrare la sua ambivalenza originaria. Il “rispecchiamento” materno promuove infatti l’internalizzazione degli affetti in una versione modulata e l’espressione spontanea di ciò che Winnicott definisce “gesti creativi” [Cfr. Winnicott D. W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma 1974].

L’insensibilità del caregiver costituisce invece un fattore di rischio per un pieno sviluppo del Sé nucleare: il bambino può sentirsi delegittimato nella sua libera espressione e costruire così un “falso Sé” con cui nascondere il suo vero Sé. Un altro concetto chiave è quello secondo cui “la capacità di essere in relazione nasce dall’esperienza di essere soli in presenza dell’altro”. Winnicott sostiene che nell’unità diadica madre-bambino si costituisce la “base per essere” del soggetto sia come individuo differenziato sia come individuo in relazione [Winnicott D. W. (1958), “La capacità di essere solo”, in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1970].

L'amore primario e i suoi fallimenti

Michael Balint parla di “amore primario” per esprimere il desiderio originario dell’uomo di essere accudito e amato e quando questa condizione non viene raggiunta compare il profondo disordine interiore. Balint descrive due modalità difensive con cui una persona affronta l’angoscia: la tendenza ocnofila consiste nella ricerca sproporzionata dell’amore e della dipendenza dagli altri; la tendenza filobatica al contrario esprime un’avversione per l’attaccamento agli altri. Queste due strategie difensive sembrano essere caratteristiche del pattern di attaccamento evitante-distanziante (tendenza filobatica) e del pattern preoccupato-resistente (tendenza ocnofila).

Relazioni transizionali

Tra i teorici nordamericani delle relazioni oggettuali Arnold Modell è stato il primo a descrivere la “capacità di essere-in-relazione di tipo transizionale” dei pazienti borderline. L’essere in relazione di tipo transizionale indica il ricorso del bambino ad oggetti inanimati per placare la sua angoscia: nei pazienti borderline persiste ancora questa modalità di autoregolazione delle emozioni che esclude una forma matura di relazionalità. Essi stessi sono stati trattati durante l’infanzia come oggetti transizionali dai loro genitori che hanno lasciato i pazienti borderline tra il bisogno estremo di vicinanza con l’Altro e il terrore di un Reale contatto. Il pattern disorganizzato sembra dunque avere un’origine transgenerazionale.

La relazione con l’Altro è il luogo principale dove un soggetto costruisce il senso di appartenenza e il desiderio di esplorare il mondo.

In questo spunto presento una breve panoramica sul tema della relazione e della separazione nella costituzione del Sé attraversando il pensiero di alcuni importanti psicoanalisti del dopo Freud. Nelle loro riflessioni troviamo diverse analogie con la teoria dell’attaccamento e con le ricerche più attuali sul funzionamento borderline.

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Edith Jacobson 

Il lavoro di Edith Jacobson, svolto all’interno della cornice teorica della psicoanalisi dell’Io, anticipa alcuni concetti chiave per la prospettiva evolutiva della teoria dell’attaccamento. Secondo la Jacobson il Sé è una struttura rappresentazionale che trova le sue radici nella qualità della relazione madre-bambino: la formazione di un Sé buono o cattivo dipende dalle gratificazioni o dalle frustrazioni che il bambino riceve.

L’influenza delle cure materne avviene prima che siano stabiliti i confini Sé-altro: il soggetto, infatti, vive ancora in uno stato di fusione e indifferenziazione dall’oggetto e nella strutturazione dell’esperienza di Sé assimila l’immagine dell’altro come se fosse la propria (Cfr. Jacobson E. (1964), Il Sé e il mondo oggettuale, Martinelli, Firenze 1974).

Eric Erikson

Il concetto di rappresentazione del Sé proposto da Edith Jacobson ha delle chiare analogie con l’idea bowlbiana di modello operativo interno e consente una lettura dell’attaccamento sicuro (fiducia di base) nei termini eriksoniani.

Nel panorama della psicoanalisi dell’Io Eric Erikson è una figura di primo piano. Erikson indica con il concetto di fiducia di base (basic trust) la precoce modalità di funzionamento del bambino e la definisce come una capacità “di ricevere e accettare ciò che viene dato” [Cfr. Erikson E.H. (1950), Infanzia e società, Armando, Roma 1966]. Egli sostiene che le precoci microinterazioni madre-bambino si aggreghino in una “stabile costruzione di pattern durevoli di bilanciamento di fiducia di base e di sfiducia di base”. Il senso di fiducia si costruisce attraverso “un certo rapporto tra il positivo e il negativo” in cui madre e bambino stabiliscono una “regolazione reciproca o mutua” (Cfr. Erikson E.H., Identity and the Life Cycle, International Universities Press, New York 1959).

La teoria di Erikson stabilisce una relazione proporzionale tra la fiducia di base e il consolidamento dell’identità dell’Io e, sottolineando l’influenza duratura della sensibilità materna, propone un modello di sviluppo della personalità che si estende lungo tutto l’arco vitale. Il senso di fiducia creato nelle primissime relazioni accompagna l’individuo in tutto il corso della vita. Erikson parla inoltre della trans-generazionalità della fiducia di base che viene trasmessa “dallo sperimentare la persona che si prende cura del bambino come essere coerente, che soddisfa i suoi bisogni fisici ed emotivi e merita perciò di essere oggetto della sua fiducia, l’essere il cui volto riconosce ed è riconosciuto” [Erikson E.H. (1964), Introspezione e responsabilità, Armando, Roma 1972].

Anna Freud

“Anna Freud è stata una delle prime psicoanaliste ad adottare una coerente prospettiva evolutiva della psicopatologia” [Cfr. Fonagy P. (2001), Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano 2002]. Il suo è un modello sia cumulativo che epigenetico: le conquiste evolutive di un certo stadio sono un gradino su cui poggiano i successivi progressi e la manifestazione di irregolarità lungo le diverse linee evolutive costituisce un fattore di rischio.

La concettualizzazione dei “meccanismi di difesa dell’Io” [Freud A. (1936), “L’io e i meccanismi di difesa”, in Opere, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 1978, pp. 152-194] consente di adottare una cornice teorica in cui il pattern di attaccamento disorganizzato è collegato alla psicopatologia adulta dalla presenza di strategie di attaccamento non integrate e mutualmente escludentisi. Il disturbo mentale grave è quindi caratterizzato da un’evoluzione disadattativa dei modelli operativi interni che danno origine a modalità difensive non unitarie e incoerenti. Nonostante queste convergenze con la teoria dell’attaccamento, Anna Freud non considerava valida la prospettiva bowlbiana.

Margareth Mahler

Nel suo modello evolutivo Margareth Mahler offre una visione illuminante sulle esperienze compiute dal bambino nei primi due anni di vita [Cfr. Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975), La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino 2000]. Nei primi due mesi la Mahler descrive una fase iniziale che chiama autismo normale in cui il bambino è protetto da una “barriera praticamente compatta nei confronti degli stimoli”. Segue la fase simbiotica (va dai 2 ai 4-5 mesi) che è caratterizzata da una fusione allucinatoria del bambino con la madre. La terza fase è contraddistinta dal passaggio progressivo da una relazione simbiotica a una relazione oggettuale: si tratta del processo di separazione-individuazione.

Il processo di separazione-individuazione prevede quattro sottofasi: nella sottofase di schiusa comincia la differenziazione del Sé dal non-Sé; la seconda sottofase, quella di sperimentazione, copre un periodo che va dai 9 ai 15 mesi: il bambino durante i suoi giochi aumenta gradualmente la distanza dal suo caregiver; nella sottofase di riavvicinamento (va dai 15-18 mesi ai 24 mesi) il bambino acquista maggiore consapevolezza della sua separatezza, della sua angoscia di separazione e, al contempo, manifesta il desiderio di autonomia: il comportamento del bambino esprime una certa ambivalenza tra l’allontanamento e il riavvicinamento alla madre; la sottofase di consolidamento segna il raggiungimento della costanza d’oggetto e di una propria individualità.

La teoria della Mahler ha contribuito a una migliore comprensione dei disturbi gravi di personalità (organizzazione borderline). Masterson e Rinsley hanno ipotizzato che la patologia borderline sia strettamente collegata alle problematiche tipiche della sottofase di riavvicinamento: tali pazienti, infatti, vivono il loro desiderio di indipendenza come una minaccia ai legami di attaccamento, ma, contemporaneamente, vedono nel rapporto con l’Altro un pericolo per la sicurezza del Sé (Cfr. Masterson J. F., Rinsley D., “The borderline syndrome: the role of the mother in the genesis and psychic structure of the borderline personality”, International Journal of Psycho-Analysis, 56, 1975, pp. 63-177.). 

In modo sempre più frequente mi ritrovo ad ascoltare storie familiari dove il primo tempo della cura consiste nel dare trama a ciò che non fa trama.

Nel mio percorso di ricerca sulla clinica del famigliare mi sono soffermato in modo sempre più convinto su alcune coordinate di base del lavoro con le famiglie. La centralità della dimensione desiderante costituisce un perno metodologico del lavoro clinico che viene svolto quando i genitori chiedono aiuto per risolvere i problemi o i sintomi dei loro figli. Nella consultazione clinica sappiamo che dobbiamo spostare l’attenzione rivolta verso il sintomo del figlio e promuovere un lavoro attivo dei genitori sulla questione del proprio desiderio.

Questo passaggio è preliminare a una seconda fase dove ciascun genitore viene chiamato in causa nella difficoltà a fare i conti con il proprio desiderio. In questo momento possono emergere le questioni irrisolte dei singoli genitori nei confronti del partner o della generazione precedente (i nonni del figlio). Se la mente dei genitori riesce a ritornare sugli scenari e sulle “regole d’oro” che gli sono state trasmesse, allora possiamo notare che la polemica sul sintomo del figlio si attutisce perché inizia a disegnarsi la fisionomia di un problema che li coinvolge da un lato come genitori e dall’altro come figli.

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Separazione e generatività

Durante il colloquio il genitore può accorgersi che l’inciampo nella relazione con il figlio ha radici antiche: ciò che non è stato elaborato rispetto all’esser stati generati si ripete come nodo problematico quando si transita verso la responsabilità del generare.

Se non ci si è separati dall’Altro non si potrà assumere su di sé la responsabilità di una scelta realmente generativa, che si confronta cioè con l’abisso che apre al nuovo, all’inedito, a ciò che non era ancora scritto. Ecco perché nel trattamento della famiglia l’attivazione del desiderio può diventare il motore principale della trasmissione che avviene di generazione in generazione.

Ascoltare la generatività 

Il concetto di generatività pone l’accento sulla funzione attiva che un soggetto può svolgere nello scambio tra le generazioni. La famiglia è il luogo dove si impara ad appartenere a un legame ma anche a separarsene, dove si riconosce l’eredità delle generazioni precedenti senza però precludersi il desiderio di rinnovare la tradizione. La famiglia si configura come un dispositivo che da un lato organizza la trama che attraversa le generazioni e dall’altro lascia ancora degli spazi aperti a nuove forme di significazione.

Il salto generazionale lascia una zona insatura dove si gioca, per il soggetto e per l’Altro, la possibilità dell’incontro. È per tal motivo che il legame tra le generazioni costituisce il baricentro antropologico dell’invenzione e dell’esperienza creativa. La soggettivazione è la strada attraverso cui recuperare la dimensione trasformativa dell’esistenza.

A colloquio con i genitori

Nei colloqui con i genitori è fondamentale poter valorizzare una loro prima implicazione in quanto soggetti e non semplicemente in quanto utenti che chiedono una consultazione attraverso cui ricevere consigli. Si tratta di un primo intervento finalizzato alla loro responsabilizzazione nella cura.

Nel mio lavoro clinico osservo sempre più delle situazioni familiari caratterizzate da dinamiche relazionali confusive. In modo sempre più frequente mi ritrovo ad ascoltare storie familiari dove il primo tempo della cura consiste nel dare trama a ciò che non fa trama. Se prendiamo come riferimento la psicopatologia fenomenologico-dinamica, sappiamo che ciò che non fa trama è il trauma.

Con il termine trauma non dobbiamo immaginare solo degli eventi gravi, ma tutti quegli eventi che nelle storie delle famiglie limitano la possibilità di costruire una trama. Possiamo dire che costruire una trama è un modo per connettere i traumi: essi sono tali perché interrompono la costituzione della trama.

Più precisamente, nella pratica clinica vediamo che da un lato ci sono delle famiglie che non trasmettono una trama perché la loro storia è caratterizzata da micro-eventi che impediscono di dare una rappresentazione alla traumaticità della vita, mentre dall’altro lato osserviamo delle famiglie dove non viene introdotta quella mancanza necessaria perché possa sorgere la dimensione del desiderio.

Per intendere l’esperienza del desiderio possiamo fare un’analogia con la vocazione perché il desiderio come la vocazione è qualcosa che ci chiama, noi ci sentiamo chiamati dal desiderio. Nella vita familiare e nella sfida educativa il compito di ogni genitore in fondo è quello di aiutare i figli a entrare in rapporto con la propria vocazione. Credo che sia la cosa più importante che oggi debba fare un genitore per proteggere un figlio dalle insidie della vita, dall’imprevedibilità della vita.

La psicoanalisi suggerisce che in quest’epoca dove i riferimenti sociali sono meno stabili e duraturi è ancora più importante puntare sulla dimensione della vocazione singolare di ciascun soggetto. Puntare sulla singolarità non vuol dire però fare a meno del legame dell’Altro, ma investire diversamente il proprio slancio desiderante verso l’Altro.

 

Il perdono non restaura ciò che si rotto, non ripristina la situazione così come era prima, ma converte l’offesa nella possibilità di un nuovo inizio.

Essere figli è la condizione degli esseri umani, nessuno di noi può evitare di essere figlio, ossia nessuno di noi è padrone delle proprie origini. La vita del figlio prende origine dall’Altro. “Portiamo su di noi la scrittura dell’Altro senza mai poterla leggere chiaramente, né decifrare compiutamente” (Recalcati M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, Milano 2017, p. 32).

Ognuno porta su di sé le tracce delle aspettative dei genitori, l’impronta con cui il desiderio dell’Altro ha dato forma alla vita del figlio. Nel primo tempo della vita ogni figlio ha bisogno che l’Altro lo faccia sentire accolto e amato. C’è un momento però in cui la vita del figlio inizia a non nutrirsi soltanto del desiderio dell’Altro perché la vita inizia a chiedere di avere una forma propria, una forma che può anche entrare in contrasto con quella desiderata dall’Altro.

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Il tempo dell'adolescenza

Nel tempo dell’adolescenza la vita non si soddisfa più nel soddisfare le attese dell’Altro. In adolescenza, la relazione con l’Altro va incontro a delle notevoli perturbazioni che esprimono delle esigenze ambivalenti: il soggetto oscilla infatti tra la spinta verso la separazione e la necessità del vincolo. L’esigenza di separarsi dal vincolo che lo lega alle aspettative dell’Altro è concomitante alla necessità di sentirsi ancora integrato nel contesto familiare.

L’adolescente vuole scoprire attivamente il significato di ciò che assomiglia alla felicità: vuole cioè comprendere fino in fondo quello che desidera e cerca di distinguere ciò che dipende dai consigli o dalle attese dell’Altro (famiglia, amici, insegnanti) e ciò che invece esprime la sua verità. In questo senso, l’adolescente incarna una sorta di eroe-poeta che è rapito da un genuino interesse per la verità. L’adolescenza è un viaggio che richiede tempo e creatività, e soprattutto non ammette facili soluzioni come quella dell’imitazione dei coetanei o dell’identificazione negli idoli proposti di volta in volta dai mass-media. Scoprire la propria autenticità vuol dire innanzitutto confrontarsi con ciò che ancora non è stato detto, ma anche con la possibilità di smarrirsi.

Il segreto del figlio

Nel libro Il segreto del figlio Recalcati riprende dal Vangelo di Luca la parabola del “figlio ritrovato”, meglio conosciuta come quella del figliol prodigo, per mostrare l’intreccio famigliare tra appartenenza ed erranza. La vita ha necessità dell’erranza e nella parabola lucana il figlio secondogenito scalpita per avere la propria quota di eredità, per ottenere ciò che gli spetta e inoltrarsi al di là del recinto familiare.

Recalcati mostra che nella parabola il padre non risponde assumendo una posizione simmetrica al conflitto con il figlio, evita di replicare specularmente il conflitto. È un padre che si rifiuta di impugnare il bastone, non interpreta la Legge solo nella sua versione punitiva e patibolare. Il padre risponde in modo asimmetrico e accetta la richiesta imperativa del figlio perché “l’alterità del figlio ribadisce che la paternità – come la maternità – non è mai un’esperienza di appropriazione ma di decentramento” (Recalcati, Il segreto del figlio, p. 77).

Ma ancor di più questa figura di padre mostra che un padre non deve offrire solo ciò che ha, “la metà del suo patrimonio”, ma deve anche esporsi in un atto di fiducia verso il desiderio del figlio. Ecco perché lo lascia andare. “Dona al figlio, come Abramo dona a Isacco, la possibilità di perderlo” (Recalcati, Il segreto del figlio, p. 78).

Il giusto erede

La parabola lucana ci fa anche vedere – come mette in luce Recalcati – che la colpa del figlio primogenito, che non tollera l’accoglienza e la gioia del padre verso il secondogenito al momento del ritorno, è stata quella di aver interpretato l’eredità come fedeltà passiva, come ripetizione della vita del padre. Nonostante l’iniziale rivolta il secondogenito è il giusto erede perché ha avuto il coraggio di essere eretico e smarrirsi.

L’eretico si assume la responsabilità del viaggio, chi rimane fermo invece è colpevole di una interpretazione scorretta dell’eredità. Il compito di ogni figlio è quello di saper ereditare e l’eredità implica la realizzazione della singolarità del proprio desiderio. “L’erede non è stabilito dall’ordine naturale della successione, ma da qualcosa che lo distingue e che concerne il coraggio dell’esposizione alla dimensione singolare del desiderio” (Recalcati, Il segreto del figlio, p. 102).

Il dono della genitorialità

La parabola del figlio ritrovato mostra che la vita del figlio ha diritto alla differenza e che il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Un genitore ama nel figlio non il fatto che egli sia un suo replicante, ma ama proprio ciò che non comprende del figlio, ama il suo segreto. Quando nella parabola il padre perdona il figlio non introduce soltanto una eccezione alla Legge ma umanizza la Legge: “il padre si rivela madre nell’atto del perdono perché rinuncia all’esercizio della Legge nel nome di un’altra Legge che è quella dell’amore per il nome proprio del figlio” (Recalcati, Il segreto del figlio, p. 100).

Nella lezione cristiana il perdono è la prova più alta a cui è esposto l’amore umano. Il perdono non risponde a nessuna logica di scambio, non è effetto della simmetria speculare e non è neanche una fuga dal trauma dell’offesa. Il perdono non restaura ciò che si rotto, non ripristina la situazione così come era prima, ma converte l’offesa nella possibilità di un nuovo inizio.

Anche per la psicoanalisi il cuore della soggettività umana è costituito dalla possibilità di frequentare il futuro generando il nuovo. Ciò che accomuna la psicoanalisi, l’educazione e l’amore è questa apertura generativa verso il futuro. Il soggetto non è solo il risultato di ciò che è stato, non è già scritto dai condizionamenti che lo hanno determinato. Il soggetto del desiderio si rivela sempre come un’eccedenza rispetto al già stato, anzi configura la possibilità e il compito etico di riprendere costantemente ciò che è avvenuto provando a soggettivare il mistero della vocazione che lo abita e lo trascende.

 

Il tempo del soggetto può aprirsi alla trascendenza del desiderio solo se passa attraverso l’esperienza del limite.

Nel mio lavoro clinico ho seguito diversi pazienti giovani che andavano bene al liceo ma che all’università si sono bloccati perché la loro modalità di gestione del tempo, basata sul fare un compito solo quando ci si trova in prossimità della scadenza, non gli aveva più permesso di affrontare lo studio senza essere inondati dall’angoscia. Lo studio del liceo gli aveva consentito di affrontare le prove all’ultimo minuto esprimendo il massimo potenziale in quel breve tempo che era richiesto per le interrogazioni o per l’esame di maturità. All’università però questa modalità di gestione del tempo non funzionava più perché era diventata necessaria un’organizzazione del tempo che andasse oltre l’impegno a breve termine.

In ambito psicoanalitico lacaniano la Legge indica quella funzione psichica che ci consente di modulare il nostro modo di vivere il tempo. All’università alcuni ragazzi si bloccano perché non sanno fare il passaggio da un’organizzazione delle proprie attività dal breve al lungo termine e solitamente raccontano di esser cresciuti in un contesto familiare dove nessuno gli ha dato dei limiti. Ma cosa vuol dire limiti? Non vuol dire punizioni, privazioni o castighi, ma vuol dire innanzitutto avere dei vincoli sul modo di vivere il tempo perché di fronte a un esame della facoltà di ingegneria bisogna saper dosare il proprio impegno, giorno per giorno.

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Legge, desiderio e godimento

Dal punto di vista della psicoanalisi la Legge è un vincolo che introducendo un limite apre la possibilità del legame con l’Altro. Nell’opera di Massimo Recalcati la Legge è un’occasione per un godimento generativo. La prospettiva etica che Recalcati recepisce dall’insegnamento di Lacan pone l’esperienza del desiderio in relazione all’esperienza del godimento.

In tutto il suo lavoro Recalcati si interroga sulla possibilità di un rapporto di alleanza tra desiderio e godimento, superando una visione moralistica che vedrebbe il desiderio come una rinuncia al godimento, come mera apertura relazionale che intenderebbe esorcizzare la scabrosità Reale del godimento; allo stesso tempo evita di celebrare la retorica idealizzante di un godimento fine a se stesso e senza senso. Il godimento che viene messo in gioco nell’etica psicoanalitica sa mantenersi connesso alla “trascendenza del desiderio”.

La posta in gioco della psicoanalisi, secondo Recalcati, risiede nella possibilità di raggiungere un godimento nuovo “che renda la vita risorta, ricca, generativa nella sua presenza su questa terra” (Recalcati M., Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, 2012, p. XVII).

Il desiderio è la via attraverso cui giungere a questa possibilità umana di vivere l’esperienza del godimento, godimento che si manifesta sempre sotto il segno dell’intemperanza, della dismisura, dell’eccesso, della singolarità che non è mai disgiunta dall’atto etico con cui ciascun soggetto si assume la responsabilità del proprio desiderio e del proprio essere di godimento. Il desiderio è allora un’esperienza dove viene vissuto un godimento che non è chiuso su se stesso ma si apre in modo assoluto alla vita. Ecco perché “la promessa analitica si fonda sulla Legge del desiderio” (ivi, p. 333). E la Legge del desiderio va pensata non come una canalizzazione morale del proprio slancio pulsionale, ma come l’opportunità di trovare nel desiderio di avere un proprio desiderio un Vincolo che “non opprime la vita, ma la rende generativa”.

La trama delle generazioni

Se il desiderio è una vocazione, la Legge è una sintassi che vincola la vocazione a trovare una forma. Sintassi vuol dire organizzazione di elementi che segue una successione temporale, cioè un ritmo che non può essere schiacciato nell’istante altrimenti si perde la possibilità stessa che la sintassi generi un momento di senso e soddisfazione.

Molte storie familiari sono esasperate non soltanto perché ci sono dei ritmi frenetici, ma anche perché i giovani non vengono educati a conoscere la propria storia, a conoscere il loro essere agganciati a una trama intergenerazionale. Se oggi si prova a chiedere a un adolescente quanti anni hanno i nonni, la storia familiare dei nonni, il modo in cui i nonni si sono incontrati, perché si sono sposati, la storia dei propri genitori, addirittura l’età dei propri genitori, allora ci si accorgerà che per il giovane che stiamo incontrando questi interrogativi sembrano del tutto irrilevanti. La storia familiare non sembra più strutturare la soggettività.

Storie borderline

A questo proposito possiamo pensare ai pazienti borderline che rappresentano il caso più eclatante di un disancoraggio del soggetto da una trama narrativa fondata sull’appartenenza ai legami intergenerazionali. Il borderline vive in una condizione di “stabile instabilità”: la sua vita non segue una progettualità perché nella sua storia familiare non ha incontrato la sintassi dell’Altro. L’Altro del borderline è semmai una nebulosa che non si condensa; allo stesso tempo il borderline non è capace di tollerare l’attesa perché vive sempre con i nervi a fior di pelle ed è sempre pronto a litigare con tutti, a spaccare tutto, pur di trovare un argine esterno a una tensione emotiva che lo incalza in quasi tutti i momenti della sua quotidianità.

I casi clinici ci mostrano l’importanza di alcune funzioni psichiche proprio nel momento in cui ci permettono di osservarne il deterioramento: l’ascolto di storie cliniche ci insegna quali sono gli ingredienti irrinunciabili per la strutturazione della soggettività umana. Una trama storico-familiare-narrativa entro cui collocarsi è uno degli aspetti fondamentali per poter diventare soggetti di un’esperienza umana. I traumi che caratterizzano le storie familiari dei borderline impediscono o ostacolano la costruzione di una trama soggettiva, e non è solo una scelta stilistica se nella cura di queste forme di psicopatologia si parla di “umanizzazione”.

 

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