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Spunti

La ripetizione dei modelli di attaccamento è il punto focale di una psicoterapia e la dimensione che può essere cambiata attraverso una nuova narrazione.

La storia di ciascuno di noi è caratterizzata dalla ripetizione di modelli passati che abbiamo appreso in un’epoca precoce della nostra vita: è questa la versione dell’inconscio inteso come ripetizione dei modelli operativi interni. La psicoterapia si focalizza sulla ripetizione dell’inconscio per aprire la possibilità di un nuovo corso della storia soggettiva. Il fine di una cura psicoanalitica consiste infatti nell’introduzione di uno iato tra le generazioni, per permettere al soggetto di dare un nuovo destino al marchio lasciato dalla relazione di attaccamento con l’Altro.

In questo spunto attraverseremo, in modo panoramico, il pensiero di alcuni autori che risultano ancora attuali per leggere e trasformare il nodo che lega il soggetto alla trama delle generazioni.

Indice

Modelli operativi interni e coazione a ripetere

Il lavoro di Morris Eagle è molto interessante per il collegamento che propone tra i concetti di modelli operativi interni (MOI) e di coazione a ripetere. Le strutture rappresentazionali delle interazioni sono delle caratteristiche generali e invarianti che regolano le aspettative di ruolo sulla base dei pattern di relazione precoce. I MOI e il transfert rappresentano la persistenza nell’individuo a riproporre la sua abituale modalità interattiva.

A proposito di un intenso attaccamento a modelli patologici, Eagle avanza l’ipotesi secondo cui il paziente ha la necessità di assicurarsi un minimo senso di Sé che, seppur patologico, è preferibile al vuoto. Secondo Eagle la psicoterapia facilita lo sviluppo di capacità metacognitive (in termini psicoanalitici “funzioni osservative dell’Io”) che possono essere osservate nella coerenza narrativa del soggetto come un sottoprodotto del miglioramento terapeutico.

La coerenza narrativa

Jeremy Holmes integra le idee psicoanalitiche e la teoria dell’attaccamento in un unico approccio terapeutico. L’individuo sicuro ha raggiunto la posizione depressiva ed è quindi capace di mettere insieme l’oggetto buono e l’oggetto cattivo mostrando una coerenza narrativa. Le modalità di funzionamento dei pattern evitante e ambivalente esprimono una sottostante posizione schizoparanoide. Entrambi i pattern manifestano una difficoltà a vivere l’intimità con i propri oggetti: l’atteggiamento distanziante garantisce uno spazio impermeabile agli eventuali abbandoni o attacchi dell’Altro; la costruzione di un falso Sé assicura invece la vicinanza dell’oggetto poiché le proprie esigenze vengono vissute come pericolose per la relazione.

Secondo Holmes l’inconscio freudiano, al pari dei modelli operativi interni, sovradetermina le esperienze del soggetto attraverso dei processi che in gran parte sono al di fuori della consapevolezza. L’aiuto psicoterapeutico si rivolge verso la costruzione di una base sicura da cui poter partire per la narrazione di storie che integrino i diversi elementi significativi della vita di un individuo. La competenza biografica rappresenta l’obiettivo della terapia poiché costituisce un indice della capacità del soggetto di affidarsi pienamente alle proprie risorse cognitive ed emotive. 

I punti focali della psicoterapia

Il lavoro clinico di Arietta Slade si avvale dei concetti formulati dalla teoria dell’attaccamento per comprendere meglio le dinamiche psichiche del paziente. La Slade osserva come le lacune delle narrative dei pazienti rappresentino i punti focali su cui dovrà concentrarsi la psicoterapia.

Il colloquio clinico consente di verificare l’integrazione dei modelli operativi interni e le diverse strategie che i soggetti mettono in atto per regolare gli affetti spiacevoli: il paziente evitante soffoca i suoi vissuti emotivi; il paziente ambivalente non trova invece delle modalità efficaci con cui regolare gli affetti; infine il paziente irrisolto mostra una marcata confusione e distorsione dell’esperienza. A differenza di Holmes, la Slade non propone un nuovo modello psicoterapeutico, ma arricchisce con i concetti chiave dell’attaccamento la capacità esplicativa della diagnosi e dell’intervento clinico.

 

Accudimento e attaccamento

Alicia Lieberman è una delle promotrici della psicoterapia bambino-genitore. Il suo approccio si basa sulle intuizioni psicoanalitiche di Selma Fraiberg sui disturbi psicologici dei bambini. La Fraiberg sostiene che le relazioni disturbate tra genitori e bambini, nei primi tre anni di vita, sono strettamente connesse alle problematiche irrisolte di uno dei genitori, o di entrambi, con le proprie figure di attaccamento.

L’idea che il bambino sia l’adeguato focus del transfert è sovrapponibile al concetto di riattualizzazione dei modelli operativi interni della madre nel suo rapporto con il bambino. La nascita del bambino attiva simultaneamente nel genitore modalità di accudimento e modelli di attaccamento. La madre è infatti predisposta a identificarsi con il bambino e ripropone nella relazione delle rappresentazioni di ruolo che aveva sperimentato nei confronti del proprio caregiver. La psicoterapia della Lieberman è orientata verso la ristrutturazione dei MOI della madre e verso la costituzione di MOI efficaci per l’organizzazione dell’esperienza del bambino.

La possibilità di vivere gli affetti in maniera flessibile e autonoma è fondamentale per il contenimento emotivo del proprio bambino.

«La psicoanalisi attuale e il campo emergente della psicopatologia evolutiva hanno in comune lo scopo cui è stata dedicata la vita di John Bowlby: scoprire il percorso evolutivo dei disturbi dell’infanzia e dell’età adulta» (Cfr. Fonagy P., M. Steele, H. Steele, T. Leigh, T. Kennedy, G. Mattoon, M. Target (1995), «Attaccamento, Sé riflessivo e disturbi borderline», in P. Fonagy, M. Target, Attaccamento e funzione riflessiva, Cortina, Milano 2001, pp. 57-100).

Le idee di Bowlby hanno guidato numerosi ricercatori nello studio dei fattori che intervengono nel processo di trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento. È stato così evidenziato che la responsività del genitore verso il bambino non è una causa determinante nella trasmissione dell’attaccamento, bensì solo un fattore che media la sicurezza.

Nella visione di Fonagy e dei suoi collaboratori il punto oscuro del processo di trasmissione dell’attaccamento può essere spiegato ricorrendo all’osservazione del grado di maturità delle difese dei genitori rispetto ai propri vissuti emotivi: la possibilità di vivere gli affetti in maniera flessibile e autonoma è infatti fondamentale per il contenimento del proprio bambino.

Indice

Contenimento e trasformazione

Il contenimento di un’esperienza di crisi non consiste nel semplice rispecchiamento del disa­gio, ma concede al bambino l’opportunità di una possibile trasformazione (funzione alfa) del suo aspetto spiacevole in uno stato emotivo tollerabile. Il concetto di funzione alfa, elaborato da Wilfred Bion, indica la trasformazione degli affetti di cui il bambino vorrebbe liberarsi (elementi beta) in esperienze di significato. La rêverie materna, metabolizzando gli aspetti spiacevoli, consente così al bambino di modulare e gestire le esperienze.

«La sensibilità del caregiver stimola il bambino a iniziare l’organizzazione dell’esperienza di sé attraverso gruppi di risposte che poi verranno catalogate verbalmente come emozioni specifiche (o desideri). […] In questo senso, si può definire il comportamento di attaccamento come un’abilità acquisita in relazione a uno specifico caregiver, all’interno di un modello teleologico di comportamento» (P. Fonagy, M. Target (1997), «Attaccamento e funzione riflessiva: il loro ruolo nell’organizzazione del Sé», in P. Fonagy, M. Target, Attaccamento e funzione riflessiva, Cortina, Milano 2001, pp. 101-133).

Tre insuccessi del contenimento

Tale considerazione conduce Fonagy nella spiegazione del processo di trasmissione intergenera­zio­­nale delle carenze secondo tre forme distinte di insuccesso del contenimento:

1) la madre può essere incapace nel riconoscere le comunicazioni affettive negative del bambino;

2) la madre nonostante comprenda lo stato emotivo del bambino non è in grado di rispecchiare e metabolizzare l’esperienza spiacevole del bambino;

3) oppure la madre può fallire nel riconoscimento dell’atteggiamento intenzionale che il bambino inizia a manifestare nei suoi primi anni di vita.

Capacità riflessiva

L’ipotesi guida di Fonagy assume come in condizioni di stress familiare la capacità riflessiva del genitore favorisca la sintonizzazione delle interazioni madre-bambino. Nell’ambito del modello transgenerazionale il grado di mentalizzazione del caregiver si configura come elemento precursore della qualità dell’attaccamento del bambino.

Nelle esperienze avverse la capacità di mentalizzazione del genitore garantisce un contenimento efficace dei vissuti emotivamente disturbanti del bambino che può così accedere ad una versione modulata degli affetti spiacevoli.

Il superamento concettuale di Fonagy rispetto al modello classico consiste nel ritenere come fondamentale l’interiorizzazione del Sé pensante compreso nella mente dell’adulto contenente e non più, semplicemente, dell’immagine dell’adulto rassicurante. A questo punto, si comprende come nella prospettiva dialettica dello sviluppo del Sé l’intersoggettività consista nel vedere sé stessi nella mente dell’altro.

 

 

La capacità riflessiva del genitore rimanda alla coerenza delle narrative raccolte con l’Adult Attachment Interview (AAI). L’A.A.I. è un’intervista che permette di accedere rapidamente a dati significativi delle vicende infantili: l’obiettivo è di «sorprendere l’inconscio». Essa si fonda sul principio della cooperazione conversazionale di Grice (1986) e consente di valutare le narrazioni delle esperienze di attaccamento infantile sulla base della loro coerenza.

Il colloquio clinico consente di verificare l’integrazione dei modelli operativi interni e le diverse strategie che i soggetti mettono in atto per regolare gli affetti spiacevoli: il paziente evitante soffoca i suoi vissuti emotivi; il paziente ambivalente non trova invece delle modalità efficaci con cui regolare gli affetti; infine il paziente irrisolto mostra una marcata confusione e distorsione dell’esperienza. A differenza di Holmes, la Slade non propone un nuovo modello psicoterapeutico, ma arricchisce con i concetti chiave dell’attaccamento la capacità esplicativa della diagnosi e dell’intervento clinico.

Gli studi sulla relazione intersoggettiva mostrano la rilevanza dell’Altro nella costituzione di un Sé organizzato capace di intrecciare senso e soddisfazione.

In questo breve spunto propongo una rapida panoramica sulle teorie di Kohut, Kernberg, Stern, Mitchell e Lyons-Ruth. Nell’approccio teorico di questi autori la relazione con l’Altro risulta fondamentale per poter comprendere gli inciampi psicopatologici che possono compromettere la costituzione del Sé. Il funzionamento dei pazienti borderline mostra in modo paradigmatico l’intreccio psicopatologico che lega insieme la dimensione del Sé, del narcisismo e della disorganizzazione soggettiva. 

Indice

Il Sé e il narcisismo 

Nella teoria strutturale delle relazioni oggettuali di Otto Kernberg la vita psichica appare il frutto della combinazione di:

a) rappresentazione del Sé;

b) rappresentazioni dell’oggetto;

e c) di uno stato affettivo che li collega.

La relazione interpersonale si configura come uno stato affettivo che consente al Sé di svilupparsi in un complesso processo di introiezioni, identificazioni e sintesi organizzative di questa esperienza (identità dell’Io). In questo modello la patologia nevrotica è caratterizzata dalla presenza di modelli operativi interni poco funzionali all’adattamento.

Nella psicopatologia grave la rappresentazione del Sé e dell’oggetto non è integrata: il paziente con “organizzazione di personalità borderline” mostra dei continui ribaltamenti dei modelli operativi interni. La frammentarietà della rappresentazione del Sé e dell’altro provoca delle oscillazioni ripetute all’interno delle relazioni: il paziente vede Sé stesso e gli altri come alternativamente buoni o cattivi, vittime o persecutori. Tra i criteri utilizzati da Kernberg per la descrizione della psicopatologia borderline è incluso quello di “diffusione dell’identità” che potrebbe essere letto come la manifestazione di una disgregazione dei modelli di rappresentazione delle relazioni (Kernberg O.F., “Borderline personality disorder: A psychodynamic approach”, Journal of Personality Disorders, 1 1987, pp. 344-346).

 

La frammentazione del Sé

Il concetto di rappresentazione del Sé proposto da Edith Jacobson ha delle chiare analogie con l’idea bowlbiana di modello operativo interno e consente una lettura dell’attaccamento sicuro (fiducia di base) nei termini eriksoniani.

Nel panorama della psicoanalisi dell’Io Eric Erikson è una figura di primo piano. Erikson indica con il concetto di fiducia di base (basic trust) la precoce modalità di funzionamento del bambino e la definisce come una capacità “di ricevere e accettare ciò che viene dato” [Cfr. Erikson E.H. (1950), Infanzia e società, Armando, Roma 1966]. Egli sostiene che le precoci microinterazioni madre-bambino si aggreghino in una “stabile costruzione di pattern durevoli di bilanciamento di fiducia di base e di sfiducia di base”. Il senso di fiducia si costruisce attraverso “un certo rapporto tra il positivo e il negativo” in cui madre e bambino stabiliscono una “regolazione reciproca o mutua” (Cfr. Erikson E.H., Identity and the Life Cycle, International Universities Press, New York 1959).

La teoria di Erikson stabilisce una relazione proporzionale tra la fiducia di base e il consolidamento dell’identità dell’Io e, sottolineando l’influenza duratura della sensibilità materna, propone un modello di sviluppo della personalità che si estende lungo tutto l’arco vitale. Il senso di fiducia creato nelle primissime relazioni accompagna l’individuo in tutto il corso della vita. Erikson parla inoltre della trans-generazionalità della fiducia di base che viene trasmessa “dallo sperimentare la persona che si prende cura del bambino come essere coerente, che soddisfa i suoi bisogni fisici ed emotivi e merita perciò di essere oggetto della sua fiducia, l’essere il cui volto riconosce ed è riconosciuto” [Erikson E.H. (1964), Introspezione e responsabilità, Armando, Roma 1972].

L'esperienza di essere con l'Altro

Daniel Stern propone una teoria stadiale dello sviluppo del Sé e sostiene che la capacità di vivere le relazioni nella loro pienezza sia un fattore irrinunciabile per la salute mentale. Il concetto di “sintonizzazione” consente di spiegare la formazione degli “schemi dell’essere con”: la soddisfazione dei bisogni infantili crea le basi nel bambino per aver fiducia nel caregiver. Gli “schemi dell’essere con” sono delle proprietà emergenti del sistema nervoso centrale, organizzano le differenti modalità percettive e aggregano in pattern comuni le diverse esperienze vissute. Stern sostiene che i “modi di essere con” rappresentino i mattoni fondamentali dei modelli operativi interni (Stern D.N., Le interazioni madre-bambino, Cortina, Milano 1998).

Nell’approccio interpersonale di Stephen Mitchell la soggettività individuale compie il suo processo di autodelineazione attraverso una relazione intersoggettiva. Il campo relazionale sostiene e incoraggia il percorso individuale: i modelli di interazione con gli altri costituiscono la modalità interpretativa dell’esperienza. Ecco come un attaccamento sicuro possa favorire lo sviluppo di un Sé significativo [Mitchell S. A. (1997), Influenza e autonomia in psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino 1999].

Karlen Lyons-Ruth ha elaborato un modello psicoanalitico sull’attaccamento disorganizzato: il modello stress-diatesi. In questa prospettiva il rischio di disturbo psicopatologico è prefigurato dal rapporto proporzionale tra la qualità dell’attaccamento e la gravità del trauma. Un attaccamento insicuro ma organizzato riesce a garantire un certo equilibrio psichico finché le esperienze traumatiche non raggiungono dei livelli intollerabili; infatti, in questi casi, si possono verificare dei fenomeni di disorganizzazione cognitiva ed emozionale. Un attaccamento disorganizzato preclude invece al soggetto la possibilità di affrontare con flessibilità e coerenza degli episodi traumatici e costituisce la precondizione per l’attualizzazione di contesti relazionali spaventato-spaventante, di nuovi traumi o abusi. Il modello della Lyons-Ruth è un modello di vulnerabilità psicologica determinata da una relazione infantile disorganizzata [Lyons-Ruth K., Bronfman E., Atwood G., “A relational diathesis model of hostile-helpless states of mind: Expressions in mother-infant interaction” in Solomon J., George C. (a cura di), Attachment Disorganization, The Guilford Press, New York 1999, pp. 33-70].

Senza la stabilità della relazione con l’Altro il soggetto vive nella instabilità borderline e non può nascere come soggetto del desiderio.

Continua in questo spunto la riflessione sulla costituzione del soggetto e la relazione con l’Altro. Attraverso una panoramica sul pensiero di Winnicott, Balint e Modell vediamo ribadita la centralità dell’Altro per la nascita di un soggetto capace di autenticità e desiderio. Il caso del funzionamento borderline mostra ancora una volta gli effetti di un attaccamento disorganizzato che non è in grado di dare un punto di approdo e una base di appoggio per le esplorazioni del soggetto.

Indice

Essere soli ma non senza l'Altro

 

Nella Scuola degli indipendenti britannici l’attenzione dei clinici viene rivolta alla relazione dinamica tra il Sé e l’oggetto. Donald Winnicott sostiene che il Sé si evolva sullo sfondo di un’unità madre-bambino. Il compito dell’accudimento materno è quello di favorire l’intrinseco desiderio di sviluppare un “vero Sé” attraverso una holding che garantisca il senso di sicurezza: una madre “sufficientemente buona” riesce a dosare la gratificazione e la frustrazione consentendo al bambino di integrare la sua ambivalenza originaria. Il “rispecchiamento” materno promuove infatti l’internalizzazione degli affetti in una versione modulata e l’espressione spontanea di ciò che Winnicott definisce “gesti creativi” [Cfr. Winnicott D. W. (1971), Gioco e realtà, Armando, Roma 1974].

L’insensibilità del caregiver costituisce invece un fattore di rischio per un pieno sviluppo del Sé nucleare: il bambino può sentirsi delegittimato nella sua libera espressione e costruire così un “falso Sé” con cui nascondere il suo vero Sé. Un altro concetto chiave è quello secondo cui “la capacità di essere in relazione nasce dall’esperienza di essere soli in presenza dell’altro”. Winnicott sostiene che nell’unità diadica madre-bambino si costituisce la “base per essere” del soggetto sia come individuo differenziato sia come individuo in relazione [Winnicott D. W. (1958), “La capacità di essere solo”, in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1970].

L'amore primario e i suoi fallimenti

Michael Balint parla di “amore primario” per esprimere il desiderio originario dell’uomo di essere accudito e amato e quando questa condizione non viene raggiunta compare il profondo disordine interiore. Balint descrive due modalità difensive con cui una persona affronta l’angoscia: la tendenza ocnofila consiste nella ricerca sproporzionata dell’amore e della dipendenza dagli altri; la tendenza filobatica al contrario esprime un’avversione per l’attaccamento agli altri. Queste due strategie difensive sembrano essere caratteristiche del pattern di attaccamento evitante-distanziante (tendenza filobatica) e del pattern preoccupato-resistente (tendenza ocnofila).

Relazioni transizionali

Tra i teorici nordamericani delle relazioni oggettuali Arnold Modell è stato il primo a descrivere la “capacità di essere-in-relazione di tipo transizionale” dei pazienti borderline. L’essere in relazione di tipo transizionale indica il ricorso del bambino ad oggetti inanimati per placare la sua angoscia: nei pazienti borderline persiste ancora questa modalità di autoregolazione delle emozioni che esclude una forma matura di relazionalità. Essi stessi sono stati trattati durante l’infanzia come oggetti transizionali dai loro genitori che hanno lasciato i pazienti borderline tra il bisogno estremo di vicinanza con l’Altro e il terrore di un Reale contatto. Il pattern disorganizzato sembra dunque avere un’origine transgenerazionale.

La relazione con l’Altro è il luogo principale dove un soggetto costruisce il senso di appartenenza e il desiderio di esplorare il mondo.

In questo spunto presento una breve panoramica sul tema della relazione e della separazione nella costituzione del Sé attraversando il pensiero di alcuni importanti psicoanalisti del dopo Freud. Nelle loro riflessioni troviamo diverse analogie con la teoria dell’attaccamento e con le ricerche più attuali sul funzionamento borderline.

Indice

Edith Jacobson 

Il lavoro di Edith Jacobson, svolto all’interno della cornice teorica della psicoanalisi dell’Io, anticipa alcuni concetti chiave per la prospettiva evolutiva della teoria dell’attaccamento. Secondo la Jacobson il Sé è una struttura rappresentazionale che trova le sue radici nella qualità della relazione madre-bambino: la formazione di un Sé buono o cattivo dipende dalle gratificazioni o dalle frustrazioni che il bambino riceve.

L’influenza delle cure materne avviene prima che siano stabiliti i confini Sé-altro: il soggetto, infatti, vive ancora in uno stato di fusione e indifferenziazione dall’oggetto e nella strutturazione dell’esperienza di Sé assimila l’immagine dell’altro come se fosse la propria (Cfr. Jacobson E. (1964), Il Sé e il mondo oggettuale, Martinelli, Firenze 1974).

Eric Erikson

Il concetto di rappresentazione del Sé proposto da Edith Jacobson ha delle chiare analogie con l’idea bowlbiana di modello operativo interno e consente una lettura dell’attaccamento sicuro (fiducia di base) nei termini eriksoniani.

Nel panorama della psicoanalisi dell’Io Eric Erikson è una figura di primo piano. Erikson indica con il concetto di fiducia di base (basic trust) la precoce modalità di funzionamento del bambino e la definisce come una capacità “di ricevere e accettare ciò che viene dato” [Cfr. Erikson E.H. (1950), Infanzia e società, Armando, Roma 1966]. Egli sostiene che le precoci microinterazioni madre-bambino si aggreghino in una “stabile costruzione di pattern durevoli di bilanciamento di fiducia di base e di sfiducia di base”. Il senso di fiducia si costruisce attraverso “un certo rapporto tra il positivo e il negativo” in cui madre e bambino stabiliscono una “regolazione reciproca o mutua” (Cfr. Erikson E.H., Identity and the Life Cycle, International Universities Press, New York 1959).

La teoria di Erikson stabilisce una relazione proporzionale tra la fiducia di base e il consolidamento dell’identità dell’Io e, sottolineando l’influenza duratura della sensibilità materna, propone un modello di sviluppo della personalità che si estende lungo tutto l’arco vitale. Il senso di fiducia creato nelle primissime relazioni accompagna l’individuo in tutto il corso della vita. Erikson parla inoltre della trans-generazionalità della fiducia di base che viene trasmessa “dallo sperimentare la persona che si prende cura del bambino come essere coerente, che soddisfa i suoi bisogni fisici ed emotivi e merita perciò di essere oggetto della sua fiducia, l’essere il cui volto riconosce ed è riconosciuto” [Erikson E.H. (1964), Introspezione e responsabilità, Armando, Roma 1972].

Anna Freud

“Anna Freud è stata una delle prime psicoanaliste ad adottare una coerente prospettiva evolutiva della psicopatologia” [Cfr. Fonagy P. (2001), Psicoanalisi e teoria dell’attaccamento, Cortina, Milano 2002]. Il suo è un modello sia cumulativo che epigenetico: le conquiste evolutive di un certo stadio sono un gradino su cui poggiano i successivi progressi e la manifestazione di irregolarità lungo le diverse linee evolutive costituisce un fattore di rischio.

La concettualizzazione dei “meccanismi di difesa dell’Io” [Freud A. (1936), “L’io e i meccanismi di difesa”, in Opere, vol. I, Bollati Boringhieri, Torino 1978, pp. 152-194] consente di adottare una cornice teorica in cui il pattern di attaccamento disorganizzato è collegato alla psicopatologia adulta dalla presenza di strategie di attaccamento non integrate e mutualmente escludentisi. Il disturbo mentale grave è quindi caratterizzato da un’evoluzione disadattativa dei modelli operativi interni che danno origine a modalità difensive non unitarie e incoerenti. Nonostante queste convergenze con la teoria dell’attaccamento, Anna Freud non considerava valida la prospettiva bowlbiana.

Margareth Mahler

Nel suo modello evolutivo Margareth Mahler offre una visione illuminante sulle esperienze compiute dal bambino nei primi due anni di vita [Cfr. Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975), La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino 2000]. Nei primi due mesi la Mahler descrive una fase iniziale che chiama autismo normale in cui il bambino è protetto da una “barriera praticamente compatta nei confronti degli stimoli”. Segue la fase simbiotica (va dai 2 ai 4-5 mesi) che è caratterizzata da una fusione allucinatoria del bambino con la madre. La terza fase è contraddistinta dal passaggio progressivo da una relazione simbiotica a una relazione oggettuale: si tratta del processo di separazione-individuazione.

Il processo di separazione-individuazione prevede quattro sottofasi: nella sottofase di schiusa comincia la differenziazione del Sé dal non-Sé; la seconda sottofase, quella di sperimentazione, copre un periodo che va dai 9 ai 15 mesi: il bambino durante i suoi giochi aumenta gradualmente la distanza dal suo caregiver; nella sottofase di riavvicinamento (va dai 15-18 mesi ai 24 mesi) il bambino acquista maggiore consapevolezza della sua separatezza, della sua angoscia di separazione e, al contempo, manifesta il desiderio di autonomia: il comportamento del bambino esprime una certa ambivalenza tra l’allontanamento e il riavvicinamento alla madre; la sottofase di consolidamento segna il raggiungimento della costanza d’oggetto e di una propria individualità.

La teoria della Mahler ha contribuito a una migliore comprensione dei disturbi gravi di personalità (organizzazione borderline). Masterson e Rinsley hanno ipotizzato che la patologia borderline sia strettamente collegata alle problematiche tipiche della sottofase di riavvicinamento: tali pazienti, infatti, vivono il loro desiderio di indipendenza come una minaccia ai legami di attaccamento, ma, contemporaneamente, vedono nel rapporto con l’Altro un pericolo per la sicurezza del Sé (Cfr. Masterson J. F., Rinsley D., “The borderline syndrome: the role of the mother in the genesis and psychic structure of the borderline personality”, International Journal of Psycho-Analysis, 56, 1975, pp. 63-177.). 

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