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Il transfert e la pulsazione dell’inconscio

Nell’insegnamento lacaniano il transfert viene concettualizzato anche come una forma di resistenza[1], come una «chiusura» dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Nella nostra pratica clinica possiamo osservare la chiusura dell’inconscio nella resistenza alla cosiddetta regola fondamentale della psicoanalisi. Si tratta del transfert come resistenza alla significazione aperta dal significante. È su questo punto che lo stesso Freud si era pronunciato vedendo nel transfert un ostacolo alla cura psicoanalitica: nel corso dell’associazione libera si produce una discontinuità, una forma di resistenza che al tempo stesso segnala l’avvicinarsi al conflitto inconscio.

In questa seconda accezione il transfert segnala la battuta d’arresto dell’automatismo significante (autómaton) e si configura come un inciampo che si insinua nello scorrere della catena significante. Il transfert segna quindi la chiusura dell’inconscio in quanto catena significante e mette in scena il versante reale della tuché dell’inconscio. L’inconscio come pulsazione temporale è una discontinuità, «una discontinuità in cui qualcosa si manifesta come un vacillamento»[2].

La pulsazione dell’inconscio si esprime quando il versante pulsionale non si realizza nel significante, ma si ripete negli inciampi della catena associativa. La ripetizione, in quanto tuché, indica un fallimento del lavoro associativo e prende le sembianze di un cattivo incontro che non viene evitato.

 
 
 

[1] Già nell’Intervento sul transfert Lacan faceva notare che «il transfert non è nulla di reale nel soggetto, se non l’apparizione, a un certo momento di stagnazione della dialettica analitica, dei modi permanenti secondo i quali esso costituisce i propri oggetti» [J. Lacan, Intervento sul transfert (1951), in Scritti, vol. I, a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 218].
[2] J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 26.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
«Il transfert mette in atto la realtà dell’inconscio»

Dopo aver considerato il transfert come espressione della chiusura dell’inconscio, possiamo aggiungere un’altra formulazione: «il transfert mette in atto la realtà dell’inconscio»[1].

Il reale della ripetizione è quell’aspetto che permette di discernere la realtà in gioco nel transfert. Il transfert, in quanto fenomeno che segnala la pulsazione dell’inconscio, si rivela come un momento di chiusura, come un’interruzione del dispiegamento dei significanti. Questo momento di chiusura manifesta un ostacolo al proseguimento delle associazioni del paziente.

La ripetizione del reale in quanto incontro mancato pone al centro del transfert l’oggetto perduto freudiano, che Lacan riformula nei termini di «oggetto a». L’inciampo dell’inconscio che il transfert ci presentifica è correlativo a un incontro con un oggetto che è perduto: ciò che causa il transfert è «l’oggetto a»[2].

L’oggetto perduto mette in moto un movimento di ricerca ripetitivo e vano. Tale ripetizione è caratterizzata dall’intreccio di attrazione ed evitamento, infatti si manifesta come un incontro sempre mancato, come una domanda (di senso o affetto) che inevitabilmente riceve una risposta sempre insoddisfacente. Ciò che viene mancato sul piano del significante viene invece presentificato dal transfert: il transfert è la messa in atto della mancanza di ciò che fa funzione di rappresentazione, ossia del Trieb freudiano. Nel transfert quel che accade è la realtà dell’inconscio in quanto realtà sessuale. 

 
 
 

[1] J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 142.
[2] Ivi, p. 131.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
L’analista fa rispettare la regola fondamentale

Il desiderio è il resto che non si può soddisfare sul piano della domanda, è ciò che del bisogno rimane non metabolizzato dall’effetto del significante. Nella metaforizzazione che la domanda opera sul bisogno rimane qualcosa di inassimilabile, questo resto è ciò che Lacan chiama desiderio, il desiderio è il cogito che Freud colloca nell’inconscio. In tale dimensione Lacan riconosce un funzionamento che non segue il principio di realtà, vi reperisce piuttosto la priorità del principio di piacere, principio di una traiettoria libidica che porta con sé il peso della realtà sessuale.

Lacan afferma che le due dimensioni separate (significante e realtà sessuale) trovano la loro via di congiunzione attraverso il desiderio. In altre parole, il piano del linguaggio si congiunge con quello della realtà sessuale: il desiderio – in quanto effetto del significante sul soggetto e in quanto residuo inassimilabile alla domanda – segna infatti questo punto di giunzione[1].

Lacan si chiede da dove venga questo desiderio che fa entrare la realtà sessuale nel campo costituito dalle parole e dice che il desiderio in questione è quello dell’analista[2]. Se il transfert è indipendente dalla psicoanalisi[3], non è invece così per l’inconscio. L’esistenza dell’inconscio dipende dalla presenza dell’analista, è la funzione svolta dall’analista a provocarne la nascita[4]. La presenza dell’analista è quindi inclusa nella manifestazione dell’inconscio[5].

A tal proposito possiamo riprendere l’affermazione che Lacan proponeva già nelle Direzione della cura, quando rispetto al maneggiamento del transfert avvertiva che il ruolo dell’analista consiste nel far rispettare la regola fondamentale. Ebbene, la posizione dello psicoanalista è correlativa a un desiderio che intende preservare la possibilità di un’articolazione significante proprio laddove la catena associativa si interrompe. Il desiderio dell’analista è quella funzione che nella cura istituisce la possibilità di un sapere inconscio.

Se prendiamo come riferimento il triangolo del transfert, allora sull’asse analista-inconscio entra in azione il desiderio dell’analista come funzione che sostiene l’ipotesi di un sapere nel punto di inciampo del testo dell’analizzante. Il desiderio dell’analista è il nesso tra la realtà sessuale dell’inconscio e l’inconscio strutturato come un linguaggio, perché si fa garante del posto del soggetto supposto sapere. Il soggetto supposto sapere occupa lo iato tra l’emersione dell’esperienza del reale e un suo possibile effetto di significazione. È in questo momento che in una cura il movimento transferale transita dalla chiusura dell’inconscio verso l’apertura dell’inconscio.

 
 
 

[1] Lacan raffigura «il desiderio come luogo di congiunzione del campo della domanda, nel quale si presentificano le sincopi dell’inconscio, con la realtà sessuale» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 152].
[2] «Qual è questo desiderio? Pensate forse che io voglia indicare qui l’istanza del transfert? Sì e no. Vedrete che la cosa non va da sé, se vi dico che il desiderio di cui si tratta è il desiderio dell’analista» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 152].
[3] «Il transfert è un fenomeno essenziale, legato al desiderio come fenomeno nodale dell’essere umano, che è stato scoperto prima di Freud. Esso è stato perfettamente articolato – ho impiegato gran parte di un anno consacrato al transfert per dimostrarlo – con il più estremo rigore, in un testo in cui si dibatte dell’amore, parlo del Simposio di Platone» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 227].
[4] «Il desiderio dello psicoanalista è la sua enunciazione, la quale può effettuarsi soltanto a condizione che esso intervenga nella posizione della x» [J. Lacan, Proposta del 9 ottobre 1967 sullo psicoanalista della Scuola, in Altri scritti, cit., p. 249].
[5] «La presenza dell’analista è essa stessa una manifestazione dell’inconscio […] anche questo deve essere integrato nel concetto di inconscio» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 123].

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
L'inconscio e la sovversione del soggetto

Con il Seminario XI Lacan dedica la sua attenzione ai quattro concetti fondamentali freudiani: l’inconscio, la ripetizione, il transfert e la pulsione. Ai quattro concetti fondamentali Lacan aggiunge due altri termini: il soggetto e il reale.[1] In tutto il Seminario XI Lacan tenterà di situare i concetti freudiani nella loro relazione con i due termini che ha introdotto. Lacan mette in discussione l’inconscio strutturato come un linguaggio, ossia quella concezione dell’inconscio inteso come un gioco combinatorio presoggettivo che funziona da solo. L’inconscio non è localizzabile nell’ipotalamo o in altre aree del sistema nervoso centrale poiché si tratta di un meccanismo di cui non abbiamo alcuna prova se non quando questo meccanismo si inceppa e il corso previsto della catena significante trova un punto d’inciampo.

Sostenere l’ipotesi che la prova dell’inconscio sia un fallimento implica una riconsiderazione del funzionamento dell’inconscio secondo la legge del linguaggio, che prevede l’alternanza e la combinazione di metafora e metonimia. L’esistenza dell’inconscio si manifesta soltanto quando il gioco linguistico della metafora e della metonimia falliscono, è in questi momenti che il soggetto si confronta con qualcosa di cui ignora la significazione. Nel fallimento della metafora e della metonimia il soggetto produce una significazione inattesa per lui stesso, quando vuole dire una frase e quando invece ne dice un’altra, quando vuole andare da una parte e va da un’altra.

L’inconscio è l’ipotesi per spiegare quei fenomeni analizzati in dettaglio da Freud ne L’interpretazione dei sogni e nella Psicopatologia della vita quotidiana. L’inconscio della seconda topica freudiana – esposta ne L’Io e l’Es – non è però riducibile né all’inconscio della linguistica né a quello dell’antropologia, non è l’inconscio della legge del linguaggio.

Riconoscere una struttura di linguaggio all’inconscio e porre in evidenza non il gioco linguistico ma il suo fallimento conduce alla questione che Lacan enuncia chiaramente in Sovversione del soggetto: «una volta riconosciuta la struttura del linguaggio nell’inconscio, quale sorta di soggetto gli possiamo concepire?»[2]

Se nel primo Lacan la distinzione tra le moi e le je, tra l’io e il soggetto consisteva nello scarto tra la dimensione dell’io della coscienza e il funzionamento linguistico dell’inconscio, nel Lacan del Seminario XI è lo stesso inconscio che trova una sua dipartizione, una nuova divisione: da un lato l’inconscio strutturato come un linguaggio e dall’altro l’inconscio come pulsazione.

Se l’inconscio della legge del linguaggio può dar adito alle critiche che sono mosse verso l’impostazione strutturalista, approccio che ucciderebbe il soggetto riducendolo ad un puro funzionamento presoggettivo che opera tutto da solo, con l’inconscio come inciampo il soggetto viene reintrodotto diventando il referente di questa pulsazione-fallimento. Se l’inconscio è un fallimento, cioè se il soggetto non sa ciò che dice quando parla, se sogna qualcosa che non voleva sognare, allora chi è l’agente dei suoi sogni, dei suoi lapsus, dei suoi inciampi?

Tutto ciò fa apparire la supposizione di un soggetto nella struttura del linguaggio. Il soggetto dell’inconscio (le je) non coincide dunque con il funzionamento di quei fenomeni di cui l’io (le moi) non comprendeva la significazione. In questa scansione dell’insegnamento di Lacan osserviamo l’io (le moi), l’inconscio (struttura di linguaggio) e il soggetto dell’inconscio (le je). Il soggetto trova una nuova collocazione, non viene più individuato nelle leggi del linguaggio, ma quando queste leggi vacillano.

L’inconscio come pulsazione non ha dunque uno statuto ontico, «non è», non è qualcosa ben presente e individuabile nelle leggi del linguaggio, ma si manifesta piuttosto come un voler essere. È per questa ragione che Lacan dice che lo statuto dell’inconscio è etico e non ontico.[3]
 
 
 
 

[1] J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 21.
[2] J. Lacan (1960), «Sovversione del soggetto e dialettica del desiderio nell’inconscio freudiano», in Scritti, vol. ii, a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 802.
[3] «Lo statuto dell’inconscio, che vi indico così fragile sul piano ontico, è etico» (Lacan 1964, p. 34).


Per approfondimenti si rimanda ai libri Misurare l’inconscio? Coordinate psicoanalitiche nella ricerca in psicoterapia e Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana.

 
L’Uno e l'Altro in psicoanalisi

Nella psicoanalisi lacaniana l’Uno è ciò che non si rapporta a niente e rispetto a cui il soggetto si costituisce come risposta che inventa l’Altro. È a tal proposito che diventa più opportuno riferirsi non al concetto di soggetto ma a quello di parlessere, termine che Lacan introduce per pensare non al vivente fatto dal rinvio dell’articolazione significante, quanto al vivente fatto dalle incisioni di uno "sciame di significanti" che rappresentano “l’irruzione di uno statuto del godimento radicalmente eterogeneo e non articolato-articolabile all’Altro”.[1] Il parlessere non è in rapporto con il linguaggio ma con "lalingua”, altro neologismo lacaniano per indicare lo spostamento dal paradigma Tutto-Eccezione.

Si potrebbe rappresentare questo passaggio verso la concezione della lalingua con l’ausilio di un semplice diagramma. Si prenda un quadrato e lo si divida in quattro parti. Nel quadrante superiore sinistro si inscriva il TUTTO, nel quadrante in alto a destra si collochi l’UNO-ECCEZIONE, a sinistra in basso si metta il NON-TUTTO e in basso a destra si ponga l’UNO-SOLO.

Se immaginiamo di guardare il diagramma in orizzontale vediamo che nelle posizioni superiori sono rappresentati i termini di una dialettica che anima il rapporto tra Uno e Altro. Tale dialettica è caratterizzata da una concezione del linguaggio come Tutto bucato dall’Eccezione: non esiste catena significante senza eccezione, né eccezione senza catena significante. Qui la dialettica è già costituita e nel proprio funzionamento contempla la discontinuità da cui ha preso avvio. Il soggetto è pensato a partire dal linguaggio e il trauma a partire dalla trama.

Se rivolgiamo lo sguardo ai termini situati nei quadranti inferiori osserviamo un non-rapporto, una disconnessione originaria dell’Uno-tutto-solo che “non partecipa a niente ma al quale al contempo l’essere umano non può non rapportarsi”.[2] Il Non-Tutto indica degli elementi inarticolati e implica la dispersione del senso invece che la dimensione semantica promossa dall’articolazione significante. L’inciampo dell’Uno-tutto-solo non è in relazione alla trama dei significanti e non costituisce un effetto che produce scansione o discontinuità nella dinamica del senso.

L’Uno-tutto-solo implica una revisione dello statuto del linguaggio che non può essere concepito solo come articolazione di elementi significanti ma anche come rumore di non-senso che non rinvia ad altro. Il Non-Tutto indica dunque l’erranza e la deriva dei significanti non articolati e l’Uno-tutto-solo si riferisce all’autismo pulsionale. Qui il soggetto diventa parlessere e il linguaggio assume i connotati de lalingua: non è più il trauma a presupporre l’innesto e l’articolazione di una trama, ma è la trama che si configura come possibile trattamento dell’Uno-tutto-solo. Cambia allora lo statuto dell’Altro: l’Altro è una risposta al trauma.
 
 
 
 

[1] A. Pagliardini, Jacques Lacan e il trauma del linguaggio, introd. di R. Ronchi, Galaad 2011, p. 161.
[2] Ivi, p. 188.


Per un approfondimento su l'Uno e l'Altro nella pratica psicoanalitica si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
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