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Spunti

In modo sempre più frequente mi ritrovo ad ascoltare storie familiari dove il primo tempo della cura consiste nel dare trama a ciò che non fa trama.

Nel mio percorso di ricerca sulla clinica del famigliare mi sono soffermato in modo sempre più convinto su alcune coordinate di base del lavoro con le famiglie. La centralità della dimensione desiderante costituisce un perno metodologico del lavoro clinico che viene svolto quando i genitori chiedono aiuto per risolvere i problemi o i sintomi dei loro figli.

Il perdono non restaura ciò che si rotto, non ripristina la situazione così come era prima, ma converte l’offesa nella possibilità di un nuovo inizio.

Essere figli è la condizione degli esseri umani, nessuno di noi può evitare di essere figlio, ossia nessuno di noi è padrone delle proprie origini. La vita del figlio prende origine dall’Altro. “Portiamo su di noi la scrittura dell’Altro senza mai poterla leggere chiaramente, né decifrare compiutamente” (Recalcati M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, Milano 2017, p. 32).

Il tempo del soggetto può aprirsi alla trascendenza del desiderio solo se passa attraverso l’esperienza del limite.

Nel mio lavoro clinico ho seguito diversi pazienti giovani che andavano bene al liceo ma che all’università si sono bloccati perché la loro modalità di gestione del tempo, basata sul fare un compito solo quando ci si trova in prossimità della scadenza, non gli aveva più permesso di affrontare lo studio senza essere inondati dall’angoscia.

Peter Fonagy e Mary Target hanno dato un contributo fondamentale per comprendere lo sviluppo della funzione riflessiva (mentalizzazione).

La prima infanzia è caratterizzata dalla presenza di due particolari modalità esperienziali, quella dell’equivalenza psichica e quella del far finta. Il bambino, non essendo in grado di comprendere la natura rappresentazionale della sua conoscenza, attua una sorta di equivalenza psichica tra apparenza e realtà, tra mondo interno e mondo esterno. Simultaneamente quando gioca è consapevole di far finta e del fatto che la sua attività immaginativa non ha alcuna relazione con il mondo esterno. In tal caso, il bambino opera invece una distinzione tra gioco e realtà.

La mente dell’Altro svolge un ruolo cruciale per lo sviluppo del bambino perché gli fornisce la prima occasione per simbolizzare l’esperienza vissuta.

Nel suo modello dell’interazione bipersonale Joseph Sandler sostiene che nei rapporti quotidiani il comportamento di una persona possa suscitare nella mente dell’Altro particolari rappresentazioni di ruolo. Il soggetto assumendo un ruolo all’interno della relazione evoca un atteggiamento complementare da parte dell’Altro: questo può spiegare come nella vita adulta possano essere attualizzati i pattern relazionali internalizzati durante l’infanzia.

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