L’anoressia tra metonimia e metafora
Quando l’anoressia diventa un sintomo che conduce il/la paziente a definirsi anoressico/a avviene un’identificazione metonimica al sintomo.
Se il sintomo dell’anoressia viene impiegato dal soggetto per definirsi un/una anoressico/a, allora osserviamo che la questione dell’identificazione viene risolta tramite una "scorciatoia metonimica".
Invece di rivolgersi al sintomo come una metafora dell’inconscio, cioè come un elemento che incrina l’identificazione abituale in cui si riconosce, il soggetto considera il sintomo come un aspetto particolare della sua esperienza attraverso cui definire in modo onnicomprensivo la sua identità. Il sintomo diventa una maschera attraverso cui saturare la sua identificazione invece che l’indicatore di un conflitto relativo al desiderio che rende insatura ogni aspirazione identificatoria della dimensione del significante.
L’interpretazione metonimica del sintomo mostra la tendenza a saturare l’esperienza soggettiva attraverso la dimensione del significante.
Invece l’interpretazione metaforica rovescia la tendenza a saturare perché il sintomo come metafora esprime la pressione di un’esperienza soggettiva che rende insatura ogni trama significante. È nella crepa insatura della metafora sintomatica che il soggetto viene convocato a interrogarsi sul mistero del suo desiderio.
Quindi la scorciatoia metonimica appiana il conflitto segnalato dal sintomo trasformandolo in un significante particolare attraverso cui definire il tutto: mentre la metonimia rende coerente il sintomo con l’identificazione, la metafora apre un conflitto che confronta l’identificazione con l’eterogeneità del desiderio.
A differenza del sintomo in quanto metafora, che mette sotto pressione l’abituale identificazione del soggetto, la metonimia non interviene mettendo in crisi il profilo identificatorio del soggetto, ma si limita semplicemente a straniare la gerarchia degli elementi su cui è basata la percezione del soggetto.
Nell’uso metonimico del sintomo avviene una “deformazione astrattiva” riguardo all’identità del soggetto perché il sintomo viene utilizzato come una proprietà che designa il soggetto che lo esprime.
È come se venisse invertito il rapporto tra il cielo e il colore azzurro: il colore azzurro non si presenta come una proprietà del cielo, ma è il cielo che si configura come una manifestazione di azzurrità.
Analogamente, se ci riferiamo al rapporto tra soggetto e anoressia, osserviamo che nell’interpretazione metonimica del sintomo avviene una deformazione astrattiva che capovolge la gerarchia percettiva che riguarda la verità del soggetto. Quando si realizza il rovesciamento metonimico della funzione metaforica del sintomo, l’anoressia non è più un significante che inaugura una concatenazione di significanti (discorso) sulla verità del soggetto, ma si limita a essere un singolo significante (olofrase) che chiude il discorso in una designazione che satura la verità del soggetto.











