René Spitz
Psicoanalisi e attaccamento
Considerare la psicoanalisi nella sua globalità è piuttosto difficile poiché le innumerevoli scuole di pensiero che si sono originate da Freud in poi hanno espresso delle prospettive tra loro eterogenee. Possiamo concentrare l’attenzione su quei modelli psicoanalitici che mostrano diversi punti di contatto con la teoria dell’attaccamento, confluendo in un’unica prospettiva dinamico evolutiva.

Il concetto freudiano di difesa costituisce un caposaldo insostituibile per la teoria dell’attaccamento: la capacità dell’Io di creare dei meccanismi difensivi contro le fonti dei conflitti psichici o degli affetti spiacevoli è infatti una delle pietre miliari della Trilogia di Bowlby e in modo specifico del terzo volume.[1] L’ipotesi secondo cui il trauma psichico ricalca il trauma fisico,[2] è un altro dei punti cardini della ricerca sull’attaccamento: gli eventi traumatici reali assumono una rilevanza notevole nella genesi dei disturbi psicologici, soprattutto nelle patologie più gravi.

La teoria dell’attaccamento nonostante non neghi mai l’eredità intellettuale di Sigmund Freud, nei suoi sviluppi si allontana da una visione propriamente freudiana. La psicoanalisi non finisce però con Freud e propone altre prospettive teoriche.

René Spitz è un esponente della psicoanalisi dell’Io. All’interno di una teoria stadiale dello sviluppo del Sé (Spitz, 1965)[3] attribuisce una notevole importanza alla funzione auotoregolatrice dell’interazione madre-bambino: attraverso l’espressione emozionale la madre contiene o attenua le esperienze spiacevoli del bambino. In seguito tali risposte emotive vengono internalizzate dal bambino e inserite nel contesto comunicativo come segnali di pericolo o di sicurezza. L’interazione precoce costituisce un fattore determinante per la strutturazione dei processi di regolazione del Sé contribuendo così all’adattamento o al disadattamento. Nonostante appaiano evidenti le somiglianze con la teoria dell’attaccamento, Spitz (1960)[4] si espresse duramente riguardo al saggio “Grief and mourning in infancy and early childhood” di Bowlby,[5] scrivendo che tale teoria era “ipersemplificante” e “non dava alcun contributo a una migliore comprensione di fenomeni osservazionali”.
[1] Bowlby J. (1980), Attaccamento e perdita, vol. III: La perdita della madre, Bollati Boringhieri, Torino 1983.
[2] Freud abbandona “l’ipotesi della seduzione” a favore dell’idea secondo cui “gli eventi esterni traggono la loro efficacia dai fantasmi da essi attivati e dall’afflusso di eccitazione pulsionale che essi provocano” (Laplanche J., Pontalis J. B. (1967), Enciclopedia della psicoanalisi, Laterza, Roma-Bari 1993).
[3] Spitz R. (1965), Il primo anno di vita, Armando, Roma 1973.
[4] Spitz R., “Discussion of Dr. John Bowlby’s paper”, Psychoanalytic Study of the Child, 1960, 15, pp. 85-94.
[5] Bowlby J., “Grief and mourning in infancy and early childhood”, Psychoanalytic Study of the Child, 1960, 15, pp. 3-39.