La perdita dell'evidenza naturale
Psicopatologia fenomenologica
Studiare i classici della psicopatologia fenomenologica è ancora oggi un esercizio ineludibile tanto per ogni apprendista in psicoterapia quanto per ogni clinico di lunga esperienza. Tra le pietre miliari della letteratura antropo-fenomenologica spicca La perdita dell’evidenza naturale di Wolfgang Blankenburg,[1] un testo che ci permette, ancora oggi, di confrontarci con la questione clinica della psicosi. La tesi fondamentale della ricerca fenomenologica di Blankenburg sostiene che il nucleo fondamentale della psicosi vada rintracciato nella perdita dell’ovvietà semantica che fa da sfondo al nostro essere nel mondo.
Il caso clinico di Anna Rau viene presentato e discusso come un esempio paradigmatico della radicale compromissione del rapporto tra esistenza e fondamento, tra senso e soddisfazione. L’analisi antropo-fenomenologica di Blankenburg si sviluppa lungo quattro direzioni: a) la trasformazione del rapporto con il mondo; b) la trasformazione della temporalizzazione; c) la trasformazione della costituzione dell’Io e d) la trasformazione della costituzione intersoggettiva.

L’interesse per le schizofrenie pauci-sintomatiche
La ricerca fenomenologica e daseinsanalitica ha generalmente privilegiato, per la sua rilevanza diagnostica, l’aspetto produttivo-paranoide delle psicosi. Il clamore del delirio rende più chiara, oltre che indiscutibile, l’alterazione del mondo psicotico. Sebbene le forme allucinatorie e paranoidi sottolineino la differenza tra l’essere-nel-mondo dei pazienti psicotici e quello di altre manifestazioni psicopatologiche, è opportuno però non confondere il contenuto delle psicosi (la metamorfosi del mondo) con la modificazione della relazione io-mondo (il mutamento di stato) che presiede ogni strutturazione del mondo. È proprio questa differenziazione che ha portato la ricerca fenomenologica e daseinsanalitica a un ampliamento della prospettiva del rapporto predicativo con il mondo al rapporto antepredicativo e preverbale. Lo stravolgimento del senso, indicato da Conrad con il termine “apofania”,[2] offusca, in virtù della sua natura altamente espressiva, il rapporto pre-verbale e ante-predicativo con il mondo.
Seguendo questa prospettiva alcuni studi fenomenologici hanno affrontato il problema della modificazione “basale” della schizofrenia, esaminando anche quelle evoluzioni insidiose, ebefreniche e semplici in cui non si siano ancora manifestati i “sintomi di primo rango” stabiliti da Schneider.[3] La ricerca di Blankenburg si inserisce in questo filone e, riprendendo la terminologia di Conrad, si focalizza sulla sintomatologia “subapofanica” propria delle schizofrenie pauci-sintomatiche[4] L’analisi clinica di Blankenburg si rivolge dunque verso quelle forme di schizofrenia con ridotta floridezza sintomatologica e cerca di definirne la peculiarità psicopatologica.
Il disturbo basale
L’interesse per la forma pauci-sintomatica della schizofrenia è strettamente connesso all’esigenza di enucleare le radici antropologiche dell’alienazione schizofrenica. “La perdita dell’evidenza naturale non deve servirci da sintomo, e meno che mai da sintomo ‘specifico’; deve invece costituire un filo conduttore per lo studio della metamorfosi del Dasein umano”[5] scrive Blankenburg. Nel suo studio viene dunque analizzato il problema dell’ancoraggio dell’essere umano nel mondo della vita e, al tempo stesso, si vuole illuminare l’essenza della modificazione “basale” dell’essere schizofrenico.
La questione del disturbo “basale” si inserisce nel dibattito sulle interazioni tra il deficit primario e le reazioni secondarie. Queste ultime hanno reso caratteristica la sindrome schizofrenica e sono state generalmente valutate come un tentativo qualitativamente anormale con cui far fronte (coping) a un disturbo primario (primary illness) puramente quantitativo. Blankenburg sceglie una via alternativa e sostiene che “laddove i sintomi sono caratteristici, essi non sembrano originari ma, piuttosto, appaiono come il risultato dell’impatto con la malattia; in compenso, laddove possono essere considerati originari, si offrono in maniera non caratteristica”.[6]
Nell’incontro con la paziente Anna Rau, come sottolinea Blankenburg, si viene colti da uno “sbalordimento” per le conseguenze tanto dolorose che può avere la mancanza di qualcosa di così “piccolo”[7] per l’esistenza di un individuo. La paziente, lamentandosi della perdita di un qualcosa di piccolo ma fondamentale, ne delinea il carattere non rappresentativo e dice: “Non ho a che fare con il sapere, non lo si può semplicemente osservare e comprendere...” e poco dopo: “Ci sono cose che hanno a che fare solo con il sentire”.[8]
Il disturbo fondamentale che Anna avverte come mancanza, vuoto, assenza, deficit, non deve essere però collocato in una scala normativa correndo il rischio di una confusione tra i termini “sano” e “patologico”. Blankenburg intende infatti la perdita dell’evidenza naturale in modo dialettico e “pertanto, la non-evidenza non è meno costitutiva dell’evidenza per l’essere-nel-mondo umano, semplicemente lo è in maniera diversa”.[9] Il divenire non evidente dell’esistenza assume un significato patologico soltanto nel caso in cui il movimento dialettico tra evidenza e non-evidenza si cristallizza su quest’ultima possibilità d’essere del Dasein umano.
[1] Blankenburg W (1971). La perdita dell’evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Ed. it. a cura di Ferro FM, Salerno RM, Di Giannantonio M, pref. di Ballerini A. Milano: Cortina 1998.
[2] Conrad K. Die beginnende Schizophrenie. Stuttgart: Thieme 1958 (citato da Blankenburg 1971).
[3] Schneider K (1968). Psicopatologia clinica. Trad. it. di Callieri B. Roma: Fioriti 2004.
[4] Blankenburg W (1971). La perdita dell’evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Ed. it. a cura di Ferro FM, Salerno RM, Di Giannantonio M, pref. di Ballerini A. Milano: Cortina 1998, pp. 5-6.
[5] Ivi, p. 73.
[6] Ivi, p. 8.
[7] Anna riferisce che le manca “qualche cosa di Piccolo, di strano, qualche cosa di Importante, di indispensabile per vivere. […] Ho bisogno di un appoggio nelle cose quotidiane più elementari. Sono ancora troppo piccola, piccola nel modo di pensare. Non ci riesco da me. Senza dubbio mi manca l’evidenza naturale” (Blankenburg 1971, p. 55).
Per un'analisi del caso Anna Rau in una prospettiva evolutiva si rimanda al libro I presupposti evolutivi dell'evidenza naturale.